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Centenario Giuseppe Bonaviri

Cento anni fa al canto delle cicale nasceva Bonaviri

L’11 luglio 1924 veniva alla luce uno dei protagonisti indiscussi della letteratura italiana del secondo Novecento

Di Sarah Zappulla Muscarà, Enzo Zappulla |

Quasi a fermare, fissandolo, il tempo, Giuseppe Bonaviri era ossessivamente fedele alla liturgia delle date, che apponeva a siglare ogni suo scritto, anche privato. E a quella dei luoghi, fra i quali s’accampa Mineo, dove nasce venerdì 11 luglio 1924, cento anni fa, “al canto delle cicale” (nei registri del Comune il 16), in cortile Baudanza, 6.

Non casuale il luogo di nascita per Bonaviri che, come Borges, avrebbe potuto dire di sé «ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui».

A Mineo, alta sul monte, cui i greci diedero nome “Menàinon” e gli arabi “Qalàt-Minàw”, trascorre l’infanzia e la giovinezza, vale a dire, con Freud, gli anni fondamentali per la conquista della propria identità. Muovendo da Mineo, da Giuseppe Pitrè e Lionardo Vigo definita “Elicona dei rustici poeti”, “Parnaso siculo”, poiché nell’altopiano di Camuti esiste una pietra che la leggenda vuole ispiratrice di energie poetiche, insistito referente culturale, “topos” sacro, “speculum mundi”, l’ “omfalos” dei greci, con la visione cosmica che gli è congeniale, Bonaviri fonde la realtà con un mosaico di sogni dove l’ombrosità esistenziale si stempera nel ricordo del padre, don Nanè,  il sarto della stradalunga, della madre, donna Papè Casaccio, dei valori etici e affettivi forti. Lamento doloroso e nostalgico, scheggia di giovinezza perduta e ritrovata, patria incorrotta del cuore, mondo offeso, metafora dell’universo, fonte della vita, della storia, del sogno, insieme reale, fantastica, visionaria, Mineo è il luogo dei confusi primordi, degli umori declinati lungo la corda della miseria e della fatica del vivere. Terra di leggende, usi, costumi, deliranti fantasie, come in un quadro di Chagall “perpetuo inseguimento del desiderio”, ma soprattutto spazio d’invenzione.

Temi tutti i suoi percorsi da quell’acceso lirismo che ne anima l’intera produzione. È un farneticare della ragione e della fantasia giacché la scrittura di Bonaviri prende abbrivio dalla cronaca, dalle piccole cose, dai gesti quotidiani, dalle vicende familiari, dai racconti della madre, “Decameron vivente”, che avvolta in una “cornice di chiarissima luce” narrava fiabe ai suoi cinque figli. Dal realismo magico delle origini al favoloso, all’elegiaco, al picaresco, al dionisiaco, al drammatico, al surreale, Bonaviri intona un canto alla terra-madre nel quale sono evocati l’Ellade e il mondo saraceno, il variopinto e glorioso palcoscenico dell’opera dei pupi e quello umbratile e tenace degli uomini comuni.

La natura lucidamente speculativa della Sicilia greca e quella superbamente immaginifica della Sicilia araba si saldano nel suo inesauribile estro. Ma la vena fiabesca, la carica ludica, il trastullo erotico, la dimensione magica, la metamorfosi, l’evasione cosmica, nell’opera di Bonaviri, sospinto da un etico e pur fragile ulissismo, non sono fuga dalle responsabilità quotidiane, disimpegno politico-sociale, giacché, su Platone o sulla luna, insistiti sono i riferimenti critici alla contemporaneità e persistono angosciosi interrogativi esistenziali, aspirazioni, desideri, malvagità, sofferenze, malinconie, solitudini.

I piani della realtà e dell’allegoria nei suoi scritti s’intrecciano inestricabilmente in un umorismo a tratti ilare a tratti oscuro, mescolandosi all’autobiografismo e agli archetipi parentali per cogliere quella verità che soltanto la poesia disvela.

Ma altri due anniversari vanno ricordati, in conclusione. Il settantesimo della pubblicazione nel 1954 de “Il sarto della stradalunga”, che rivelava nel giovane sottotenente medico lo scrittore di razza, e quello della stesura de “La ragazza di Casalmonferrato”, il primo, giovanile amore, che reca in calce al manoscritto la data “gennaio-luglio 1954”.  Romanzo, quest’ultimo,  che ha visto la luce, a nostra cura, grazie al sostegno di Pucci Giuffrida, e che è stato presentato a Catania, a Palazzo della Cultura, proprio il 21 marzo 2009, nella «amata terra all’ingresso della primavera tra i mandorli in fiore ed i tanti profumi che mi ricordano la giovinezza», come ci scrisse in una e-mail qualche giorno prima accorato per un’improvvisa febbre che gli avrebbe impedito di essere fra noi. Un romanzo, “La ragazza di Casalmonferrato”, affiorato dagli anni giovanili per l’affettuosa amicizia dell’amorevole moglie Lina Osario, a dispetto di una mai placatasi gelosia.

Ancora una volta una data non casuale, quindi, quella della scomparsa, il 21 marzo 2009 a Frosinone, dove viveva con nel cuore e nell’immaginario il luogo natìo, con i mandorli in fiore, l’ombroso carrubo, il ceruleo olivo saraceno, lo spinoso ficodindia.

a cura della DSE PubblicitàCOPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA