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Spettacoli

Da Antonioni a Roberto Russo, tutti gli uomini di Monica Vitti

La sua vita è una lunga storia d'amore, dal maestro del cinema, con cui si rifugiava nella "cupola" in Sardegna, all'uomo che le è rimasto accanto fino alla fine proteggendola da tutto 

Di Giorgio Gosetti

 Al suo fianco, nelle ultime giornate dedicate al ricordo e all’affetto della gente del cinema ma anche e soprattutto della gente comune, ci sarà Roberto Russo, amico, compagno, marito con cui ha diviso un lungo tratto di vita, forse il più difficile, certamente quello più scelto e ammantato dalla tenerezza. Ma la vita di Monica Vitti, anzi sarebbe più giusto dire quella di Maria Luisa Ceciarelli visto il riserbo con cui ha sempre difeso tenacemente la sua vita privata, è stata una lunga storia d’amore, marcata da scelte che ha sempre voluto e protetto.

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Era ancora una ragazza alle prime armi, diplomata all’Accademia d’arte drammatica nel 1953, quando la notò Michelangelo Antonioni, stregato da quella voce gutturale e unica che sentiamo anche in «I soliti ignoti» o "Accattone". Il regista ferrarese fu subito deciso nel chiederle di doppiare Dorian Gray ne «Il grido» (1957). All'epoca Monica Vitti ha 19 anni, vuole fare l'attrice ma tanti le dicono che non è cosa per lei, la sua voce è troppo sgraziata.  Sarà invece proprio la sua voce a farla scegliere come doppiatrice per Il Grido. Quando in sala doppiaggio Antonioni la vede di spalle, ne resta incantato. "Hai una bella nuca, dovresti fare cinema" le dice, lei risponde con sagacia: "Sempre di spalle?". Il resto è storia, Vitti diventa la musa di Antonioni. La loro storia, una passione intensa che le avrebbe cambiato la vita, cominciava poco dopo e avrebbe dato inizio a un sodalizio artistico che impresse una svolta nel cinema mondiale, da un film all’altro nel cuore degli anni '60.

Girando Deserto Rosso i due si innamorano del nord della Sardegna e decidono di farsi  costruire proprio lì la loro Cupola d'amore. Una villa - vero capolavoro d'architettura - affacciata sul golfo dell'Asinara costruita per loro  da Dante Bini nel 1968 con una tecnica inventata dall'architetto: un'unica gettata di cemento armano gonfiata e sollevata dalla pressione dell'aria che circola al suo interno. Antonioni e Monica Vitti  nella loro villa per le vacanze in Sardegna trascorrono gli ultimissimi anni della relazione decennale, tra alti e bassi, abbandoni e ritorni a cui la Cupola fa da teatro. Ci sono anche gli ospiti come Tonino Guerra, Andrej Tarkovskij, Macha Méril e tanti artisti. 

 

Nella casa di Roma, a dividere i due appartamenti comunicanti di Vitti e Antonioni esisteva una botola. Per entrare nel mondo dell’altro era necessario un gesto, aprirla. E un’azione: salire o scendere una scala a chiocciola. Erano una «coppia regina», ed è forse superficiale rinchiudere quegli anni definendo Monica una «musa" silente a fianco del grande artista. Antonioni era esclusivo e possessivo anche come pigmalione, ma Monica cominciò ad allontanarsi artisticamente già poco dopo, restando invece legata al suo maestro e trasformando poco a poco l’amore in amicizia e stima reciproca.

 

Dalla fine degli anni '60 la bionda icona della nuova femminilità si trasforma come una crisalide in farfalla e nel fiorire del suo talento c'è sicuramente la mano del direttore della fotografia che già l’aveva immortalata in "Deserto rosso": Carlo Di Palma. Il legame con quell'uomo dolce e silenzioso, tanto diverso da Antonioni, si tramuta in amore nel corso degli anni e ci mostra una donna che si è ormai emancipata, che sceglie e si apre alla vita col sorriso. Quella con Carlo Di Palma è una storia tutta «romana": figlio di piazza di Spagna lui, figlia della Roma del dopoguerra lei. I due attraversano gli anni '70 sotto braccio ed è Monica - che già mostrava uno straordinario talento nel far emergere le qualità degli altri - a spingerlo dietro la macchina da presa facendo del maestro delle luci anche un disinvolto regista, capace di assecondare al meglio in tre film la verve della sua compagna, sulla scena come nella vita privata.

 

Ed è ancora su un set, all’inizio degli anni '80, che Monica compie il suo capolavoro: in silenzio, senza proclami, abbatte un antico tabù italico: conosce un ragazzo, romano come lei, che si sta facendo strada nel cinema come fotografo di scena. Roberto Russo è poco più che trentenne quando fa a sua volta il grande passo debuttando come regista per un copione ideato e scritto a quattro mani con la diva ormai incontrastata di Cinecittà. Alla sceneggiatura collabora anche Silvia Napolitano e il film, «Flirt» (1983), vince il David di Donatello come miglior opera prima. Roberto e Monica non si lasceranno più nonostante la grande differenza d’età in cui la parte giovane della coppia è, per una volta, l'uomo.

 

 

La storia d’amore, coronata dal matrimonio il 28 settembre 2000 dopo 17 anni di fidanzamento, ha attraversato quasi 40 anni senza clamore, senza pettegolezzi, senza apparenti colpi di scena. E nel lungo periodo in cui Monica Vitti è scomparsa dalle scene Roberto le è sempre stato al fianco, come sarà questa settimana. Una storia d’amore fatta spesso di silenzi e di sguardi, ma tanto bella e intensa da sembrare una favola. Anche questo è il regalo che oggi ci lascia l’antidiva per eccellenza: saper vivere senza ostentare, saper amare senza far parlare di sé. Ci vuole un grande compagno per ottenere tutto questo. Si deve dire che il finale è degno della più bella delle commedie romantiche. 

Non sappiamo quanto vere siano le voci secondo cui Roberto Russo – negli ultimi anni, all’alba – accompagnasse Monica Vitti a passeggiare a Villa Borghese, tenendola per mano. Sono tante le leggende che circolano sui personaggi immensi come lei. Ma è bello poterci credere.

In una recente intervista a Il Corriere della Sera, rilasciata in occasione del suo ultimo compleanno, aveva detto: "Ci conosciamo da 47 anni, nel 2000 ci siamo sposati in Campidoglio e prima della malattia, le ultime uscite sono state alla prima di Notre Dame de Paris e per il compleanno di Sordi. Da quasi 20 anni le sto accanto… è sempre stata qui a casa a Roma con una badante e con me ed è la mia presenza che fa la differenza per il dialogo che riesco a stabilire con i suoi occhi". 

La camera ardente per Monica Vitti, prevista per domani in Campidoglio dalle 10 alle 18, resterà aperta anche sabato 5 febbraio dalle 10 alle 13. I funerali dell’attrice, morta ieri all’età di 90 anni, si terranno sempre sabato nella Chiesa degli artisti a Piazza del Popolo alle 15.

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