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Il sogno di Carmen Consoli, cresciuta tra polenta e caponata, diventato realtà

A sei anni dall’ultimo lavoro esce l'album di inediti "Volevo fare la rockstar" con cui la "cantantessa" catanese racconta un po' della sua storia

Di Claudia Fascia

Una lampadina per microfono, un cavo elettrico, un pò di fantasia e un sogno su tutti quando era bambina: «stare su un palco, suonare una chitarra vera, fare musica e palloni giganti con una gomma da masticare». Il suo sogno, Carmen Consoli, è riuscita a trasformarlo in realtà. E a sei anni dall’ultimo lavoro in studio, «L'abitudine di Tornare», pubblica l’album di inediti "Volevo fare la rockstar" (Narciso/Polydor), in uscita il 24 settembre. «Ho voluto raccontare la mia storia, parlare di me, di ciò che mi accedeva. E di quella passione straordinaria che avevo per Elvis Presley: era sua la prima musicassetta, Flaming Star, che mi regalarono». Un disco - che avrebbe dovuto vedere la luce già nella primavera dell’anno scorso, poi bloccato a causa della pandemia) in cui, tra atmosfere oniriche e fiabesche, racconta molto di sé e di quella bambina cresciuta a polenta e caponata ("mamma veneta, papà siciliano") a Catania negli anni Ottanta, tra faide di mafia e morti ammazzati per strada ("era stanco, si è coricato, tu pensa alla musica, sogna, mi diceva mio padre"), e arrivata a esibirsi a New York. A partire dalla copertina sulla quale campeggia una Carmen con fiocco e grembiule «con la penna smangiucchiata, per l’ansia di essere costretta a scrivere con la destra, io che ero mancina». 

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Il sogno. Il sogno che diventa desiderio, e quindi progetto. Intorno a questo ruota Volevo fare la rockstar. Un disco intenso, delicato, che pesca nel passato per recuperare un’identità ma racconta anche il presente (covid compreso), con le sue paure, le sue ombre, ma anche la luce di un futuro che è sempre pronto ad attenderci. «Faccio sempre recupero della memoria - racconta la cantautrice, che è stata tra i protagonisti dell’omaggio a Franco Battiato all’Arena di Verona, "la sua ironia e la sua generosità sono i lasciti più grandi» -, ricordo sempre a me stessa da dove sono partita. Ho rispetto del mio passato, lo riscrivo e lo reinterpreto. Ma allo stesso tempo imparo, studio, leggo, incontro persone: se non vivo cosa devo scrivere. Vivo sei anni e poi scrivo un disco, non ho fretta».

Racconta Carmen che nella composizione di questo album si è sentita libera come quando ha scritto il suo primissimo Due parole (1996): come allora, ha trascorso del tempo in studio con Roccaforte (che ha prodotto il disco insieme a lei e a Toni Carbone) giocando sui suoi appunti musicali e su questi hanno suonato e improvvisato insieme. L’album, con il suo alternarsi di passato-presente-futuro, di sogno-impegno-progetto, è un invito a «respirare col cuore», a «riaccendere i sogni e i lumi della ragione», a trovare la parte più autentica di sé, oltre le convenzioni e le aspettative sociali, dando voce a «Quei desideri che da qualche parte ancora aspettano». Tanti gli echi di generi e ambientazioni musicali d’ogni tempo e ogni dove: i riff di basso in stile Motown di Sta succedendo, l’ironia di un andamento un pò Surf in Mago magone, il Bolero anni Trenta e le orchestre anni Cinquanta ricche di legni e strumentini in Le cose di sempre e i suoni caraibici e il mood da folk singer americana in Armonie numeriche, dedicata al padre «che qualche giorno fa mi è venuto a trovare nel sonno. Ho sentito il suo dopo-barba. Mi piace pensare che sia tornato per farmi gli auguri per il mio compleanno». 
 

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