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Spettacoli

La comicità “spietata” di Angelo Duro fa tappa a Zafferana con “Da Vivo”: «Un modo per fuggire dall'idiozia»

Rissoso, scontroso, respingente, porta il pubblico alla riflessione su temi universali, fino a smuovere le coscienze

Di Simone Russo

Rissoso, scontroso, respingente. Lui è Angelo Duro. Con la sua comicità dissacrante ha sdoganato i tipici stereotipi del comico e ha colpito nel segno con il suo inconfondibile carattere scontroso, e attraverso i suoi racconti e ragionamenti, porta il pubblico alla riflessione su temi universali, fino a smuovere le coscienze. Adesso è pronto a portare il suo spettacolo” Da Vivo” in Sicilia. Originario di Palermo, grazie ad una organizzazione di Show Biz e Live Spettacoli, sarà protagonista l'8 agosto all'anfiteatro “Falcone e Borsellino” di Zafferana Etnea.

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Angelo sei felice di ritornare nella tua Terra?

«E' una cosa normale. Nulla di speciale. Quello che faccio, per me è uguale da per tutto. Ovunque è uguale. Non mi interessa il luogo ma l'uomo. Mi rivolgo all'essere umano che fa schifo da per tutto, quindi non vivo questa cosa dell'appartenenza. Non la sento, altri direbbero che tornare a casa è una cosa fantastica, a me non interessa nulla».

 

“Da Vivo” non è uno spettacolo ma uno stile di vita. In che senso?

« Racconto le cose che mi succedono nella vita quotidiana. L'essere umano tende sempre ad idolatrare chi fa questo mestiere, però lo fa dopo. Non voglio essere ricordato dopo, ma voglio sfruttare adesso la situazione. Appunto “Da Vivo”. Ne approfitto adesso di chi mi chiama per lavoro. Approfitto adesso del mio pubblico, perché non mi interessa essere riconosciuto dopo. Da vivo mi auto celebro. Racconto quello che vivo».

 

Hai un pubblico eccezionale. In qualche tappa precedente sei rimasto per dieci minuti in silenzio sul palco. La gente ha apprezzato questa cosa. Hai abituato il tuo pubblico a un qualcosa di diverso dal solito. Come ci sei riuscito?

«Le persone hanno capito che il mio silenzio è più rumoroso di tante parole. Oggi parlano tutti, chiunque sa cosa dire. Chiunque ha necessità di esprimere qualcosa, non si sa bene cosa ma deve esprimerla. Il mio gesto rivoluzionario è quello di stare zitto, in un teatro con 1500 persone davanti, che hanno pagato per sentirmi. La mia rivoluzione sta proprio nello stare zitto. Decido io cosa fare, quando parlare e cosa dire. Bisogna far capire alle persone, l'importanza della parola».

 

Per lo spettatore potrebbe sembrare un qualcosa di improvvisato, ma immagino che dietro ci sia un'importante lavoro autoriale?

«Il lavoro sta nella credibilità. Se tu sei credibile puoi fare. Se sei uno che fa lo scemo non puoi farlo. La credibilità ti permette di fare delle cose che altri non posso farlo».

 

Gli ultimi due anni per il mondo dello spettacolo sono stati tragici. Tu fin dal primo momento hai cercato di ribellarti a delle scelte probabilmente sbagliate e folli. In questa protesta che hai portato avanti in tutta Italia hai beccato anche una denuncia da parte di un prete, ma adesso, secondo te, la gente ha più voglia di ridere?

«Non c'è una epoca dove non c'è stato un dramma. Quando sento dire che adesso c'è bisogno di ridere, credo che siano dei luoghi comuni. Delle fesserie giganti. La storia dell'umanità ci ha insegnato che c'è sempre un periodo di merd... Ridiamo per esorcizzare la paura. Se tu non hai paura, non c'è nulla da ridere. Si ride, nel mio caso, parlando delle cose più drammatiche della vita. Proprio per esorcizzarle. Quello che faccio io non è una risata per ridere ma per esorcizzare la vita. Non esisterà mai un periodo della vita dove tutti saranno felici e non ci sarà bisogno di ridere. La vita è drammatica, ci sarà sempre bisogno di ridere».

 

A te cosa fa ridere?

«E' meglio che non te lo dico. Le cose che alla gente normale non fanno ridere. Mi fanno ridere le cose spietate, però non te lo dico perchè altrimenti piacciono anche a te. Mi fa ridere la stupidità. L'ottusità è un elemento, per me, molto sfizioso».

 

Sei reduce da uno spettacolo “Angel Hard” a Londra. Quando hai iniziato la tua carriera, avresti mai pensato a tutto questo meraviglioso successo?

«Si, sempre. Non è un fatto di presunzione. Ho sempre pensato che potevo avere un potenziale. Ho sempre avuto delle persone che mi hanno considerato e che mi hanno chiesto cosa pensassi. Sapevo che sarebbe diventato un lavoro, anche se in realtà non lavoro. Non ho mai lavorato in vita mia, ma mi aspettavo tutto questo».

 

Sui social hai sottolineato come ti è sempre stato detto che “se vuoi riempire i teatri devi andare in tv. Ora è la tv che viene da te”. Al giorno d'oggi, quanto è importante esserci in televisione? Tu sei leggermente sparito dal piccolo schermo.

«La televisione, soprattutto in Italia, edulcora il linguaggio e i contenuti. Mistifica la realtà. Quello che faccio non va bene per la tv, per fortuna. Il teatro è l'unico luogo dove c'è la libertà di parola. La gente entra pagando un biglietto ed è predisposta a sentire quello che dici. In tv ci sono solo i rompi cogl.... C'è chi fa zapping e si sente ferito, solo perchè sta guardando, da casa, un programma in maniera totalmente gratuita. Lui pretende di essere coinvolto, questo è il peggior pubblico che possa esistere. È un pubblico che non ti sceglie. Devi edulcorare il tuo linguaggio per non ferirlo. Questa situazione non ti permette di crescere. La tv, culturalmente parlando, abbruttisce le persone. Le rende più stupide. Più ottuse. Questo spettacolo che porterò a Catania è stato ripreso a Milano e doveva andare in tv. Quelli della televisione mi hanno chiesto di tagliare delle parti che non erano adatte ad andare in onda e allora li ho mandati a quel paese. Sarebbe come mettere un freno ad un linguaggio. Non deve esistere la censura. L'unica forza per diventare persone migliori è il linguaggio. La televisione mi è sempre stata presentata come un qualcosa che serve per farti conoscere, in realtà non è così. Se vai in tv ti snaturi. Devi omologarti ad una massa di pubblico che non è pronta ad ascoltarti. Probabilmente non lo sarà mai».

 

Con “Piano B”, sei stato tra i libri più venduti di Mondadori. Anche in questo caso, non hai raccontato nulla nella sinossi del libro. La gente lo ha comprato a “scatola chiusa”, senza sapere cosa ci fosse scritto dentro. Adesso stai lavorando ad un secondo progetto editoriale, me lo confermi?

 

«Mondadori lo aspetta da anni. Mi ha già pagato. Ancora non gliel'ho dato e non so se glielo darò. Non ho scritto la sinossi in “Piano B” proprio per una ribellione. Le librerie, ormai, sono dei supermercati. Le persone vogliono sentirsi dire quello che sanno o quello che vogliono. Questa cosa non mi andava bene. Questa è la peggiore specie dell'umanità. La letteratura nasce proprio per ascoltare le storie degli altri ed entrare in empatia con loro. La letteratura nasce per provare le vite degli altri. Nel momento in cui tu scrivi una sinossi e la persona si rispecchia in quel pensiero e lo legge, non hai raggiunto il vero obiettivo del libro. È stata una provocazione al mondo dell'editoria».

 

Durante una presentazione di questo libro, è diventata virale una tua intervista ad una giornalista palermitana. In pratica non hai risposto a nessuna sua domanda, perchè?

«Tutti si aspettano da me una intervista canonica. Vogliono una persona che dice le cose sul suo pubblico. Vogliono sentirsi dire che grazie al mio pubblico ho venduto il libro. In realtà non è così. È il pubblico che grazie a me cresce. Gli faccio sentire e leggere delle cose che loro non sono abituate a pensare e a ragionare. È questo il meccanismo. La testa deve essere usata come se andasse in palestra. Deve fare ginnastica».

 

Ritornando a “Da Vivo”, perchè il pubblico siciliano deve venirti a vedere a Zafferana Etnea?

«E' l'unica ancora di salvezza. L'unico modo per fuggire dall'idiozia ed uscire dalla propria zona di comfort. Serve a crescere. Chi viene a vedermi, dichiara pubblicamente che ha ottimi gusti. Comunica agli altri di essere intelligente. Acquistare il mio biglietto vuol dire comunicare alla società che c'è ancora la possibilità di andare a vedere un qualcosa che lascerà un segno».

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