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Spettacoli

Triplo appuntamento in Sicilia con Fabio Concato, voce elegante del cantautorato italiano

Si esibirà domani a Zafferana Etnea, l’1 settembre a Partanna e l’11 a Pantelleria

Di Luigi Provini

La sua chitarra è quella di sempre, come le “storie” del suo primo album del 1977. Poi c’è il baffo, oggi un po’ più chiaro, e i soliti occhiali coi quali “saluta” il palco. Fabio Concato è pronto per il triplo appuntamento di fine estate in Sicilia; si parte domani a Zafferana Etnea, poi l’1 settembre a Partanna e l’11 a Pantelleria.

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A Messina uno dei tuoi ultimi concerti prima della pandemia, adesso si fa l'abitudine con una nuova normalità?

«È strano. Certo che la gioia di ricominciare ha battuto tutto il resto. Rimanere a casa per oltre un anno è stato complicato, pare che un certo mondo sia diventato invisibile nonostante le grandissime difficoltà. Io so di essere stato fortunato nella mia vita e per questo non oso lamentarmi, ma ho carissimi amici, straordinari professionisti e non soltanto musicisti, che hanno avuto guai molto seri. Quando devi sostenere la famiglia e ti ritrovi solo non è bello, alcuni si sono reinventati artigiani, certi altri operai».

C’è chi dice che si deve vivere di priorità.

«Le nostre non sono cose da niente, affatto. La cultura è una sorta di pronto soccorso; la musica, per esempio, diverte, distrae, rilassa, conforta. Invece, almeno da noi, sembra una cosa di cui poter fare a meno. Quasi, oramai, avessimo esclusivamente il bisogno di nutrire il corpo fregandocene dello spirito. Come si fa a non andare a teatro, ad ascoltare un concerto o a guardare un film? Per fortuna abbiamo ripreso, quindi pensiamo al presente».

Come lo vedi?

«Spero sia un po' più sereno rispetto al recente passato. Adesso siamo in giro e già questo migliora le cose. La scelta di alternare una formazione jazz e una pop si sta rivelando particolarmente felice. La possibilità di lavoro, grazie al cielo, è aumentata. Sperimentare è una cosa che mi è sempre piaciuta, se ne avessi la possibilità me ne andrei in giro con un coro e proverei a render ancora più originali certi miei brani».

La canzone italiana che periodo vive?

«Mi limito a constatare che ormai si viaggia per visualizzazioni e che conta più non soltanto l’apparire (a discapito dell’essere), ma anche il come farlo. Ti confesso che ciò mi rende perplesso perché ho paura che stiamo perdendo di vista le cose davvero importanti».

Cioè?

«Manca la ciccia, non c’è sostanza. Si fa musica senza musica, e non mi riferisco esclusivamente a quella nostrana. Un tempo sarebbe stato inimmaginabile non trovare melodie, non dare spazio alle armonie. Bello ascoltare testi importanti, accendere le luci su questioni sociali e far riflettere. Attenzione, però, a non esagerare e allontanarsi troppo da ciò da cui si è partiti: suonare, naturalmente. Durante i miei concerti mi piace riflettere ad alta voce. Chiedo sempre, intanto a me stesso; quanti di quei pezzi che oggi sentiamo in modo quasi martellante, in radio o nei canali digitali, continueremo a cantare tra un paio di decenni?».

Pochi.

«L’hai detto tu, non io - ride - Ho soltanto l’impressione che tutto stia diventando fugace, pure la musica. Non mi convinceranno mai, però».

Certi simboli, quindi, sono destinati all’eternità?

«Ma certo. Tra quarant’anni si ascolteranno sempre Jannacci, De André o Lauzi. Per certi altri, invece, non ne sono altrettanto convinto. Io riascolto delle cose di cinquant'anni fa e le trovo straordinariamente attuali. Sia dal punto di vista dei messaggi che interpretano, sia da quello musicale: ci vuole la musica, ragazzi! Oggi si “suona” per finta; non è solo un aspetto che riguarda la scrittura, ma soprattutto l’esecuzione, la registrazione. Non è possibile accettare che facciano tutto le macchine, non esistono musicisti che schiacciano un tasto e possono esser definiti tali».
 

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