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Calcio Catania, la verità di Pulvirenti: «Con Finaria non sarebbe scomparso. Un mio ritorno? Impossibile»

L'ex patron dei rossazzurri ha parlato delle vicissitudini del club cancellato dalla serie C

Di Giovanni Tomasello

È l’inizio e la fine della storia recente del Catania, l’uomo della Serie A e del sogno europeo ma anche il simbolo del declino fino al tracollo. Una vicenda imprenditoriale che nel bene e nel male si è intrecciata con quella calcistica. Crescita economica e successi, poi i fallimenti societari e sportivi, dal tranello Alitalia e ai “treni del gol”. Per questo intervistiamo Nino Pulvirenti, l’Alfa e l’Omega dell’alfabeto rossazzurro.

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Pulvirenti, l'epilogo doloroso purtroppo c'è stato. Il Catania non c'è più. Cosa prova lei?

«L'epilogo è stato particolarmente doloroso per tutti, ovviamente anche per me. In premessa, non temendo smentita, posso dire che con Finaria il Catania non sarebbe mai fallito, si era intrapresa la strada del concordato in continuità proprio per scongiurare i rischi legati all'esposizione debitoria, comunque compensata dal patrimonio immobiliare. Lo stretto controllo assicurato da questo percorso avrebbe salvaguardato la società. Così oggi il Catania sarebbe ancora vivo e vegeto, pronto a continuare la sua straordinaria storia, con o senza di me. Nella primavera del 2020 si parlava sempre dei 50 milioni di debiti, sbandierati, da qualcuno con un preciso obbiettivo… quello di rappresentare una condanna definitiva, e che voleva a tutti i costi questo club gravemente indebitato, dimenticando volutamente di precisare che in contrapposizione a questi debiti c'era Torre del Grifo Village, che a bilancio, e non secondo fantasia, di milioni ne valeva  65. Il Catania era l'unica società ad avere un simile patrimonio immobiliare in tutto il panorama calcistico italiano e questa rappresentava un’assoluta novità.  Fin dal 23 luglio 2020, purtroppo, ero sicuro che la vicenda si sarebbe risolta così, per me era scontato, considerando un piano industriale estremamente lacunoso e approssimativo. Speravo di sbagliarmi, purtroppo non mi sbagliavo ma i controlli non spettavano a me».

A proposito di Torre del Grifo, di Finaria e della Sigi: davvero quest'ultima non ha mai sostituito la fideiussione di poco inferiore ai dieci milioni di euro prodotta da Finaria a garanzia del mutuo sul centro sportivo, così come avrebbe dovuto fare una volta acquisito il Calcio Catania?

«Basta consultare i documenti, si tratta di un inadempimento molto grave e potrebbe portare a scenari ed a conseguenze inimmaginabili, gli avvocati sono già al lavoro».

Otto anni in Serie A. La stagione più bella e il ricordo che ancora oggi la commuove?

«A coronamento di un lavoro preparatorio intenso condotto fin dal 2004, abbiamo conquistato la Serie A in due anni invece dei tre previsti. La stagione più bella? Faccio una riflessione più ampia: dal 2006 al 2014, il Catania ha vissuto nell'èlite del calcio nazionale un'unica fantastica stagione durata otto anni, portando lustro alla città, trainandola sul piano economico e sociale, guadagnando passo dopo passo una reputazione e una visibilità internazionale semplicemente inimmaginabili in precedenza. Parlavano di noi in termini entusiastici in Europa, in Sudamerica e ovunque interessasse il calcio italiano, quindi in tutto il mondo. Emergeva un modello Catania, ben oltre il record di punti che arrivava puntuale, c'era la percezione diffusa, nelle personalità di spicco del calcio italiano e continentale, che quella nostra macchina fosse tanto bella e semplice quanto affidabile. Erano entusiasti delle nostre impostazioni tecniche, del modello gestionale, dei prodigiosi risultati economici, del nostro stile umile ma fiero, adeguato all'importanza del contesto. Questa era la vera ricchezza, questo fu il vero trionfo, era la prova delle potenzialità del sistema-Catania, composto da società, squadra e città, ad altissimi livelli. Nel 2013 divenni inoltre consigliere federale e fu un'ulteriore investitura, non per me ma per il Catania che funzionava a meraviglia».

 

 

La vittoria più significativa della sua lunga gestione?

«Torre del Grifo Village, un autentico patrimonio per il territorio nonché volano per la crescita d'immagine e sportiva, l'asset moderno per eccellenza che assicurava patrimonializzazione e opportunità di sviluppo, il luogo d'incontro tra i catanesi e il Catania, il centro che ha toccato l'apice di 5000 iscritti. Ricordo ancora gli sguardi e le parole dei dirigenti delle istituzioni calcistiche e di tanti club tra i più importanti, estasiati dopo aver visitato il nostro centro sportivo. Tra centinaia di aneddoti, ne scelgo uno che riguarda la visita del commissario tecnico dell'Italia campione del mondo, Marcello Lippi. Dopo aver visto i campi, la sede e tutte le altre strutture dovevamo ancora raggiungere l'albergo per completare il tour e in attesa di farlo disse che un complesso così poteva portare tanti punti a una squadra, nel corso di una stagione, però era un peccato che non avessimo pensato almeno a una foresteria... arrivammo giù, dovevate vedere la sua espressione meravigliata e gioiosa quando vide le suite, le camere dell'hotel della prima squadra, il ristorante, la mensa, le sale meeting e la foresteria che accoglieva i ragazzi del settore giovanile. In quel momento pensai che forse un giorno non gli sarebbe dispiaciuto, lavorare sotto l'Etna. Ho sentito qualcuno affermare che Torre del Grifo è sovradimensionato ed è fuori circuito, con tutto il rispetto, è una tesi assurda, basta conoscere la storia della struttura e soppesarne le potenzialità. Abbiamo ospitato negli anni e con continuità club provenienti dall'America, dall'Oceania e dall'Asia, tante squadre di Serie A per ritiri invernali, Nazionali giovanili come Italia e Belgio Under 21, molte formazioni europee di buon nome, addirittura grazie alla versatilità assicurata dalle palestre e dagli ampi spazi a disposizione anche squadre di ciclismo: l'appetibilità dello sport resort Torre del Grifo non è legata alla categoria in cui milita il Catania ma all'eccellenza funzionale del centro, ai vantaggi del clima e del posizionamento geografico, sei nel cuore del Mediterraneo, ad un'ora di volo da Roma, due da Milano. Certo, per produrre utili, la struttura deve essere tenuta in perfetta efficienza e quindi continuamente manutentata, devi avere i contatti, devi saper fare rete, devi essere un manager, devi vivere di questo, devi essere un professionista».

Ma chi è stato secondo lei il dirigente che ha illuminato il cammino del Catania?

«Pietro Lo Monaco, che definirei un gigante per quello che è riuscito a fare a Catania. La nostra era una macchina perfetta che al di là della dialettica interna era sempre compatta e unita all’esterno, perché non c'era una sola persona che lavorava nel Catania che non mettesse al primo posto l'interesse della società, com'è sacrosanto e doveroso che sia, e soprattutto le attività si svolgevano nel pieno rispetto dei ruoli. Il merito di aver assemblato quel gruppo di lavoro così efficiente fu di Lo Monaco, c'erano tante personalità diverse ma al momento giusto, insieme, tutti tiravano fuori una compattezza tale che si poteva reggere l'impatto con qualsiasi corazzata. Pietro Lo Monaco, un fuoriclasse, di dirigenti sportivi ne ho conosciuti tanti ma nessuno alla sua altezza. I risultati sono figli principalmente della struttura societaria, con tanti eccellenti professionisti nelle varie aree ma un unico e fondamentale riferimento, il Direttore».

 

 

Lo Monaco ha alternato  periodi belli ad altri turbolenti con delle ombre, non può negarlo, anche il vostro rapporto a volte è stato teso.

«Caratteri diversi, al di là di tutto ci diamo ancora del lei ma questo non è un segnale di distanza bensì di rispetto reciproco».

Parliamo ora del crollo improvviso. Cosa è accaduto? Di sicuro lei ha commesso degli errori e anche grossi o non può negarlo?

«Credo di aver già parlato dei miei errori, in passato, ed essermi scusato pubblicamente. Voglio però aggiungere qualcosa, a proposito del crollo, la retrocessione dalla A alla B, in una logica ciclica, poteva essere considerata fisiologica. Fu seguita, purtroppo, da una vicenda ancora tutta da verificare che ha portato, secondo me ingiustamente, a una seconda retrocessione, due retrocessioni consecutive, nel sistema calcio italiano, provocano fatalmente uno scompenso ed è mancato il tempo per assorbirne gli effetti. Nonostante questo, dando il massimo di quel che potevamo dare, nel 2018 e nel 2019 il Catania ha sfiorato per due volte una promozione che avrebbe ampiamente meritato; inoltre, mi permetto di ricordare che ci è stato negato un chiarissimo diritto al ripescaggio».

Perché Gasparin andò via?

«Questione di scelte».

 

 

E di Pablo Cosentino cosa dice? 

«Il discorso è complesso, Pablo è un professionista riconosciuto a livello internazionale, basta guardare il suo curriculum. Aveva già buoni rapporti con la società, in quanto agente  di calciatori di spicco della rosa. Venne scelto per ovviare all’interruzione del rapporto con Jorge Cyterszpiler, storicamente legato a Lo Monaco. L’intenzione era quella di mantenere forte il legame con il mercato argentino che tanto aveva dato al Catania e contemporaneamente riuscire ad abbattere i costi d’acquisto di calciatori di rilievo internazionale, che avrebbero potuto consentirci di compiere un ulteriore salto di qualità. Poi il suo ruolo cambia, ho fatto  una valutazione che con il senno di poi si rivela sbagliata: non poteva essere quella figura di amministratore che immaginavo. Il resto è storia e anche in questo caso mi sono già espresso».

Prima osannato poi contestato duramente ma è vero che è tornato a incontrarsi con i tifosi?

«Incontro tifosi del Catania ogni giorno e sono un tifoso come loro, ascolto tanto, parlo se noto interesse ad ascoltarmi».

 

 

Il Catania ha perso Torre del Grifo un gioiello ideato da lei oggi dal futuro incerto.

«Qualsiasi prospettiva di rilancio ad altissimi livelli, come quelli che la città di Catania merita e come quelli che ha raggiunto dal 2006 al 2014, non può prescindere dalla disponibilità di Torre del Grifo, che non può essere frammentata o affidata a soggetti diversi da un club calcistico ma va interamente ricondotta a una società forte e lungimirante. Disponendo di Torre del Grifo è possibile, per esempio, fare quel che noi abbiamo fatto in termini di valorizzazione del settore giovanile con relative plusvalenze, basti pensare che nelle casse della vecchia società confluiranno i ricavi legati all’attaccante catanese Lorenzo Di Stefano della Sampdoria, già convocato diverse volte in prima squadra, precisamente il 50% della futura vendita, ed ai fratelli Franco e Valentin Carboni, ceduti all’Inter e recentemente convocati nella nazionale maggiore argentina, per i quali saranno facilmente raggiungibili circa due milioni di bonus, anch’essi destinati alla soddisfazione degli interessi dei creditori del Catania. Per non parlare dei tanti giovani che sono arrivati a fare parte della nostra prima squadra. Sono soltanto alcuni esempi relativi alla gestione condotta fino al 2020, ce ne sarebbero molti altri». 

Ma è vero che tornerebbe al timone del Catania?

«Con il cuore sì e saprei anche cosa fare ma le mie condizioni attuali non permettono di poter recitare un ruolo di primo piano tale da rilanciare il nuovo Catania, come Catania e i tifosi rossazzurri meritano. Ci vogliono tre cose, grande disponibilità economica, passione e competenza. Se ne manca una, diventa un'impresa troppo ardua. Chi verrà, però, sa di poter contare sulla partecipazione dei sostenitori, che saranno numerosi sugli spalti e nella quotidianità, e su tanti sponsor, perché così è sempre stato ed a maggior ragione sarà, in caso di un progetto ambizioso che spero possa essere realizzato».

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