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Dentro la crisi del Calcio Catania: ecco perché nessuno investe nel club

 Viaggio nel mondo dell’economia locale con il prof. Marco Romano, l’imprenditrice Ornella Laneri, Andrea Milazzo (segretario  Cna) 
e Gianluca Costanzo (Giovani di Confindustria) per capire le ragioni di tante difficoltà

Di Gerardo Marrone

«Semplicemente, qui è venuta meno la ricchezza. E sono scomparse le grandi famiglie imprenditoriali che pure servirebbero a finanziare società come il Calcio Catania, su cui si investe non tanto per business ma per amor di patria». Marco Romano, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese nell’Università etnea, preferisce evitare giri di parole: «La verità è che siamo alla desertificazione del tessuto produttivo e le difficoltà del club rossazzurro ne costituiscono la cartina di tornasole».

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Il prof utilizza uno stranierismo, “give back”, per sottolineare come da queste parti difettino ormai i mezzi necessari a operazioni di restituzione – “give back”, appunto – di parte delle proprie risorse al territorio in cui si vive e opera: «Persone alla Della Valle, tanto per intenderci, che hanno preso la Fiorentina e finanziato il restauro del Colosseo». Romano respinge l’idea che sia anche prevalsa la voglia di non apparire, di non esporsi, in una terra dove il successo è spesso guardato di sbieco: «No, questo no! La nostra è una terra dove si possono fare tante belle cose e lo ripeto sempre. Semmai, il problema è di capacità dell’imprenditore a rimanere impermeabile rispetto a certi ambienti, a certe situazioni. Ad ogni modo, se non si trova nessuno disposto a farsi avanti, questo si spiega con un mio studio in cui segnalo che tra le prime 500 società siciliane svetta la Regione, seguita da altre aziende pubbliche o di servizi. Il manifatturiero arretra. La ricchezza manca, appunto».

Ora che il calcio parla sempre più al femminile, si potrebbe magari sperare in “una” mecenate. Ornella Laneri, donna-azienda tra le più note nel settore turistico dell’Isola, lascia uno spiraglio alla speranza – «una mia amica imprenditrice sarda è diventata presidente del Foggia, chissà che qualcosa del genere non possa avverarsi pure a Catania» – ma invoca una forte dose di sano realismo come antidoto alla crisi economica. «Non focalizziamoci esclusivamente sull’ Etna Valley», esclama. «Da noi, più che altrove in Sicilia, un po' di grande imprenditoria esiste grazie anche alla presenza di multinazionali, ma a mio parere il nostro modello dovrebbe essere un altro guardando ad un futuro vicino e realmente possibile, nel rispetto delle nostre peculiarità. Ecco, sottolineerei la parola: rispetto». 

Ornella Laneri spiega: «Pensiamo ad altre forme di industria: arte e turismo, l’agricoltura che è in grande crescita, l’innovazione nell’eccezione più generale del termine come testimoniano le tantissime start-up presenti sul territorio. Se inseguiamo il potere e la grandezza, andremo incontro alla sconfitta rischiando il ritorno alla colonizzazione industriale. Donne-mecenate? Ce ne sono già tante, magari un giorno qualcuna guiderà il Catania e sarebbe un bene per tutti. Ricordiamoci quanta economia muoveva la squadra in serie A».

Nell’orizzonte rossazzurro, benefattori non se ne vedono. «La ragione è evidente: il nostro sistema è fragile, estremamente frammentato, tant’è che le società iscritte alla Camera di Commercio del Sud-Est hanno in media soltanto 3 dipendenti!», dice Andrea Milazzo. Il segretario dell’organizzazione datoriale dell’artigianato Cna aggiunge: «Le micro-imprese sono la regola. Il costo del lavoro, l'enorme pressione fiscale, la difficoltà di accedere al credito sono un freno alla crescita dimensionale e alla patrimonializzazione. Senza dimenticare, poi, il grande individualismo che domina la nostra cultura e impedisce sempre di fare rete».

Neppure gli imprenditori di nuova generazione, benché molti siano cresciuti a pallone e bilanci, lasciano spiragli all’ottimismo. Gianluca Costanzo, presidente dei Giovani di Confindustria, commenta: «Certo non ci sono le condizioni ideali per imbarcarsi in avventure finanziariamente molto impegnative, quando risulta difficile il sostegno di attività che difficilmente hanno marginalità elevate, quando bisogna fare i conti con le limitazioni finanziarie di un sistema bancario ancora molto chiuso o con una burocrazia fortemente limitante. E, in ultimo, quando è necessario sfidare un clima da caccia alle streghe che vede gli imprenditori come una classe da combattere… ».

«Al di là dei problemi atavici che le nostre imprese devono affrontare, comunque, il Catania ha un peso gravosissimo alle spalle costituito dalla situazione debitoria. Dalle notizie di stampa, poi, mi pare che ci siano tante cose poco chiare.  No, non sono ottimista. La squadra cittadina è come un genius loci: appartiene a pubblico, tifosi, appassionati. O ad una economia che ha altri obiettivi. Per questo credo che pochi o nessuno siano disposti a farsi avanti».

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