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Gianluca Di Marzio: «Vi racconto l'amore viscerale di mio padre Gianni per Catania»

Nella sua casa di Padova l'omaggio all'allenatore che ha segnato la storia del club rossazzurro con la promozione in A del 1983

Di Martino Geraci

Ore 10.30. I raggi di un “pallido” Sole cercano di scaldare una rigida domenica padovana. Qui in via Domenico Turazza, una delle tante strade lunghe e larghe che tagliano perpendicolarmente il quartiere “Stanga”, la gente è già in fila di buon mattino, nonostante il termometro segni 3 gradi. Sono venuti qui, in un angolo di città compreso tra le acque limacciose del canale Bacchiglione e la zona commerciale, per rendere omaggio ad uno degli allenatori più amati: Gianni Di Marzio, che ci ha lasciati venerdì notte. Nella camera ardente, allestita all’interno di una moderna struttura, si respira un’atmosfera di austero dolore. 

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L’immagine di Di Marzio, l’uomo che con il calcio ha condotto al riscatto sociale tante città del Sud Italia, vedi Catania e Cosenza, è impressa su uno schermo luminoso, a pochi metri da quella bara di colore mogano, avvolta dai colori delle sciarpe lasciate dai tifosi delle squadre che ha guidato, che da ieri ne custodisce le spoglie. Chi vi passa davanti per un ultimo saluto lo ricorda come «maestro di calcio e di vita», parole che riecheggiano in una sorta di coro unanime e che suscitano commozione nell’inseparabile moglie Tucci nel figlio Gianluca, oggi affermato giornalista sportivo.

«E’ una cosa straordinaria vedere come papà venga ricordato in queste ore da tutti e non solo dalle piazze in cui ha vinto», ci confida con un filo di voce Gianluca. Nell’immaginario collettivo, infatti, Di Marzo era per molti l’allenatore del popolo, un professionista che negli anni ’80 si è innamorato perdutamente di Catania e al contempo ha incarnato in profondità la catanesità.

«Mio padre – racconta Gianluca – aveva un rapporto viscerale con Catania ed era sua abitudine andarci almeno una volta l’anno, per rivedere i suoi colori, per risentire i suoi odori e rivedere gli amici, come si è solito fare con i fratelli oppure con i parenti. Quel tratto che dalla Scogliera arriva ad Acicastello gli è rimasto dentro, nell’animo, tant’è che non ha voluto mai vendere e neppure affittare la casa di Cannizzaro».

Lì sono ancora custoditi ricordi e cimeli dei successi ottenuti sotto il Vulcano, quando il 25 giugno 1983 scrisse la storica della nostra squadra con la promozione in seria A. «Quel trionfo ha rappresentato per lui - prosegue il figlio - un’impresa umana e sportiva, tanto che di recente mi ha inoltrato per messaggio un report di qualche anno fa prodotto da Mediaset su quello spareggio con la Cremonese. Nel vedere quelle immagini, voleva sentirsi ancora vivo e spesso ricordavamo assieme quei momenti, in particolare l’arrivo da Roma della squadra con un aeroporto gremito di tifosi che acclamavano impazziti il suo nome. Fu una gioia immensa per tutti». 

Le parole di Gianluca suscitano tanta ammirazione e trasporto emotivo. «Il rapporto tra papà e Catania e soprattutto con le persone – conclude Gianluca – lo ha fotografato bene il vostro giornale con i pezzi di Lodato e Finocchiaro. Lui amava dialogare con tutti, perché capiva la soddisfazione che le persone provavano nell’incontrarlo e nel ricevere quella foto autografata in cui era assieme a Maradona». Buon viaggio, mister.

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