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Il modello Palermo, il caso Trapani, l'azionariato popolare: quale futuro per il calcio a Catania?

 Negli ultimi anni anche in altre piazze d’Italia il calcio è morto e poi risorto: proviamo a capire come

Di Giovanni D'Antoni

Società e fallimenti. Cronaca trita e ritrita che negli ultimi anni, ha catalizzato l’attenzione di tutta Italia e coinvolto piazze di ogni categoria, senza risparmiare il blasone e la storia. Dati alla mano, il mondo del calcio ha imparato poco dagli ultimi disastri economico-finanziari.

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La scomparsa del calcio professionistico a Catania è solo l’ultima triste pagina che documenta la terribile crisi italica del pallone, frutto di oggettive gestioni scellerate. I numeri sono clamorosi (e spaventosi). Si annoverano, stando a noti studi, 76 esclusioni/fallimenti in Serie C che hanno come comune denominatore, nella maggior parte dei casi, una gestione nociva e poco lungimirante. Aspetti che contano, soprattutto se fatti convergere con l’obiettivo ambizioso dell’amministrazione comunale etnea, di prendere ispirazione per il nuovo bando da avvisi che hanno contraddistinto la ripartenza di numerose società del sud Italia.

A Palermo, dove nel 2019 si assistette alla clamorosa vicenda delle pec inviate a tempo scaduto dai proprietari (i fratelli Tuttolomondo di Arkus Network) la mancata iscrizione al campionato cadetto dovette accelerare l’iter procedurale della giunta comunale del sindaco Leoluca Orlando, il quale assicurò un avviso pubblico di 6 pagine e 9 allegati, appellandosi al celebre art. 52, comma 10 delle N.O.I.F. 

 

 

La procedura esplorativa contenente la manifestazione d’interesse, stilata il 12 luglio 2019, durò 10 giorni e puntò su diversi elementi considerati dal Comune “salienti”: l’organizzazione e la gestione della prima squadra e dei relativi obiettivi agonistici, la valorizzazione del settore giovanile e del settore femminile; progetti di rivalutazione territoriale in chiave marketing e coinvolgimento della tifoseria; progetti sociali collaterali.

All’avviso, risposero in sei e il titolo fu assegnato al duo Mirri-Di Piazza in rappresentanza di HeraHora, ma ai nastri di partenza spuntarono anche tre cordate (formate da società e professionisti), una holding amministrata da Massimo Ferrero e persino un fondo arabo a capo di un imprenditore e ambasciatore per la sicurezza e la pace nel Parlamento internazionale. Le modalità? Le stesse indicate dall’assessore Sergio Parisi nella manifestazione che plasmerà l’amministrazione etnea. Costo minimo di 300.000 euro come da norme federali, per un ammontare totale di un milione, a titolo di contributo alla Figc. Palermo oggi non vivrà nell’oro, ma respira.

 

 

A qualche chilometro di distanza, giusto un anno fa (per la precisione il 19 aprile) il Comune di Trapani diffuse il bando per assegnare la realtà calcistica a una nuova proprietà. L’iter seguì quello palermitano, ma fino a una settimana dalla scadenza, nessuno annunciò la sua presenza. 

I criteri furono rigidi e il business plan prevedeva una base quadriennale, con una fideiussione che andava a superare il milione. Città e tifosi, pochi mesi prima festanti per una promozione conquistata sul campo, paventarono il peggio. Il bando per il titolo sportivo non ebbe padroni e soltanto l’accordo tra la Inter Trade srl rappresentata dall’impresario Ettore Minore con il Dattilo Noir, garantì ai granata di formare un sodalizio tra i dilettanti. Ipotesi, quella trapanese, già scartata dal comune etneo.

Escludendo il modello Novara, il cui avviso pubblico presentò come unica peculiarità sostanziale l’apertura ad un modello di azionariato popolare o diffuso, un ultimo caso meridionale degno di nota fu ovviamente quello del Bari. Anche in questa circostanza, una mancata ricapitalizzazione coincise con il fallimento e la conseguente perdita del titolo sportivo. L’avviso a presentare manifestazioni d’interesse per il titolo calcistico partì nel luglio del 2018 e prevedeva un piano industriale di tre anni, con un versamento pari a 150.000 € a favore della Figc.

 

 

Le proposte pervenute tramite posta certificata al Comune pugliese furono in tutto undici, e molti di questi furono nomi di spicco. L’imprenditore Claudio Lotito, l’avvocato Francesca Ferri e pure l’ex presidente del Taranto Blasi presentarono il loro progetto, ma la commissione scelse la “Società Sportiva Città di Bari” di Luigi De Laurentiis, figlio del produttore cinematografico Aurelio, già proprietario del Napoli. Dall’aggiudicazione, sono passati quattro anni e nel caso del club biancorosso, due salti di categoria frutto di numerosi investimenti. Quanti? Si parla di quindici milioni, modello difficile da replicare.

Catania troverà un soggetto altrettanto facoltoso? La strada è tracciata. Progetti e lungimiranza delineeranno il futuro calcistico dell’Elefante.

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