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Izco lascia il calcio agonistico dopo una grande paura: «Sarò procuratore. Catania sempre nel mio cuore»

I ricordi più intensi: «Il gol alla Juve è nella storia, il rapporto con i tifosi è stato fantastico, il nuovo club andrà lontano»

Di Giovanni Finocchiaro

Dietro l'annuncio del ritiro dall'attività agonistica di Mariano Izco si cela una storia umana a lieto fine. Il primo argentino della Serie A gestione Pulvirenti, colui che ha aperto la strada ai connazionali illustri o meno performanti, si è raccontato a cuore aperto: «Voglio che la gente sappia cos'è accaduto. E che faccia attenzione, il mio sia un monito a non trascurare certi particolari».
Intanto partiamo dalla notizia bella, visto che adesso ha cominciato a fare il procuratore.
«Ho trovato la possibilità di intraprendere una opportunità nuova con l'agenzia Base Soccer, sono già stato a Londra per la trattativa con un giocatore di ottimo livello. Questa novità mi ha reso felice».
In questi giorni, invece, ha superato un momento di enorme preoccupazione.
«Ho subìto due interventi pesanti al costato, pensavo fosse un accumulo di grasso. Invece si trattava di tumore benigno. Per un mese ho atteso l'esito dei controlli ed è stato terribile non apprendere subito le notizie certe. Alla fine penso che sia provvidenziale l'idea di smettere, altrimenti avrei rinviato risonanze ed esami e chissà cosa sarebbe accaduto».
Ed è stato monitorato a dovere.
«All'istituto oncologico del Mediterraneo mi ha operato il dott Davide Matera che ringrazio, mi ha dato una grande mano Nino Vallone che mi ha intimato di controllarmi subito, per fortuna oggi che posso raccontare che è andato tutto bene, ma ho vissuto giorni che non auguro a nessuno. Per questo dico a tutti di prevenire e controllarsi».

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La sua attività di procuratore come verrà gestita?
«Sono stato al nord per vedere persone del mestiere e ragazzi da visionare. Voglio stare di più li e farmi instradare. Sono fiducioso, questa opportunità mi farà crescere».
Le pesa lasciare il calcio?
«Pensavo di restarci male. Dopo tanti anni mi sarebbe mancato lo spogliatoio, la gara. Ma mi sono ritrovato a Londra nella sede del Chelsea, ho subìto gli interventi. Tutto questo mi fa dire basta con una serenità incredibile che non immaginavo. Quando uno smette dopo tanti anni non lo accetta. Io mi sentivo di giocare ancora, ma per tutto quello che ho vissuto va bene così». 
Lei è stato il primo argentino della Serie A ad arrivare, eravamo in ritiro in Austria.
«Quell'estate del 2006 mi ha cambiato la vita. Ancora oggi nella chat degli argentini del Catania parliamo di quel momento. Andujar e Gomez mi hanno detto: “hai aperto le porte, se avessi fatto male non era detto che saremmo arrivati pure noi al Catania”. Io ero reduce dalla B argentina mi hanno catapultato in A, poi siamo diventati una colonia».

 


Cosa ricorda dei primi giorni austriaci?
«In stanza ho vissuto con Morimoto, non capivo una sola parola perchè si parlava inglese, siciliano e giapponese. Ero spaesato, anche spaventato, alla fine i ragazzi come Mascara, Pantanelli, Baiocco, Cesar, Biso mi hanno aiutato, sono stati gentili».
Ha mai avuto paura di non sfondare in Italia?
«A volte mi chiedevo che stessi facendo lì. Ma Catania era il top,  il sogno che si realizzava. La paura me l'hanno fatta passare. E devo ringraziare chi  mi ha accolto come un fratello».
Fuori i nomi.
«Ciro Polito su tutti. E poi anche Cesar e Umberto Del Core sono stati dei fratelli maggiori. Hanno intuito le mie difficoltà che poi sono sparite in fretta».

 

 

 

Il gol alla Juve il 20 dicembre 2009, gestione Mihajlovic, resta scolpito nella storia recente rossazzurra.
«A distanza di anni i tifosi mi fermano, era il mio primo gol mio in A, per Catania ha un significato particolare. Avevamo 9 punti in classifica, la Juve era prima. Gli avversari ci davano per retrocessi, figuriamoci se pensavano che potessimo vincere in casa dei bianconeri. Sembrava impossibile, avevamo perso in casa col Livorno la settimana precedente. Sinisa diceva in allenamento che avremmo vinto».

 


Ebbe ragione.
«Un'impresa entrata nella storia. Al ritorno da Torino l'aeroporto era pieno, sembrava che avevamo vinto lo scudetto. D'accordo avevamo battuto la Juve, ma c'era tutta Catania agli arrivi di Fontanarossa».
Cosa rappresenta per lei il tifo?
«La gente ci ha sempre fatto capire come il Catania non fosse una semplice squadra di calcio, ma un orgoglio cittadino. Ok, la Serie A era la vetrina migliore, ma come capita anche oggi in ogni categoria i tifosi ci sono sempre». 
Il ricordo più bello, a parte il gol alla Juve?
«La salvezza a Bologna battendo il Chievo in formazione rimaneggiata e la salvezza conquistata con Zenga in panchina grazie all’1-1 in casa contro la Roma con il gol di Martinez».
Domenica si gioca Catania-Acireale, una sfida suggestiva specie per i tifosi.
«C'è un grande entusiasmo e questo mi fa assolutamente piacere. Spero di rivedere il calcio cittadino più in alto possibile». 

 

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