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La delusione degli inglesi: «Il nostro sogno spezzato»

La sconfitta dei Tre Leoni  davanti Willima, Kate e il piccolo George

Di Redazione

«Football’s back to Rome», il calcio è tornato a casa: ma non nella casa di chi oltre Manica lo ha inventato come sport moderno in decenni ormai lontani, bensì a Roma, in quell'Italia che in bacheca aveva già quattro Coppe del Mondo contro una dei «fondatori» e da stasera ha pure due due titoli europei contro zero. Il football prende (di nuovo) la strada della Penisola dopo una lotteria dei rigori che paralizza nella bolgia di Wembley i golden boys di Gareth Southgate e premia meritatamente gli Azzurri di Roberto Mancini, uccidendo la festa predisposta in anticipo con qualche presunzione di troppo fra gli spalti e le strade di Londra e del Regno, mentre il grido di centinaia e centinaia di migliaia di inglesi si strozza nell’ennesima delusione di questa notte. 

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 L’attesa si era consumata per tutto il giorno - dopo mesi di preparativi e decenni di sogni sfumati - in clima di ottimismo ai limiti della baldanza. Fino all’esplosione finale della disperazione scoccata all’ultimo penalty parato da Gigio Donnarumma dinanzi agli oltre 65.000 spettatori radunati in barba ai timori della variante Delta del Covid nel tempio londinese del pallone per antonomasia. Un’esplosione che si è propagata all’istante come un colpo mortale nelle case della capitale e di tutta l’Inghilterra, nella fan zone di Trafalgar Square o dinanzi agli altri maxischermi installati in giro, in ristoranti e pub presi d’assalto a partire dalla prima mattina per divenire luoghi di visione collettiva tra immancabili fiumi di birra, qualche momento di tensione e scivolate organizzative sia dentro sia fuori Wembley. 

 A peggiorare il contraccolpo, il clima da ora fatale cui non avevano mancato di contribuire - tra suggestioni da orgoglio post Brexit e più espliciti richiami all’unità nazionale di una terra e una squadra sempre più multietniche - l’intero vertice del Paese: dall’eterna regina Elisabetta, 95 anni, al nipote William, presidente d’onore della Federcalcio inglese, oltre che secondo in linea di successione al trono. E naturalmente allo straripante primo ministro Boris Johnson, capace di agghindare Downing Street come un locale da ballo fra bandiere e bandierine con la croce rossa in campo bianco di San Giorgio, ma zittito dall’epilogo più amaro dopo l’ultimo tweet in cui aveva incoraggiato i Bianchi a «fare la storia». 

 Un clima che a cose fatte sfocia in toni da depressione quasi senza freni, fair play o non fair play, fra i sudditi inglesi di Sua Maestà di ogni colore, età e simpatie politiche. Sullo sfondo di uno scenario in cui i caroselli di vessilli, di canti, di sbronze memorabili cedono il passo di botto al silenzio, ai volti impietriti, a più di una lacrima. E in qualche caso a una rabbia minacciosa di fronte all’entusiasmo che invece fa gioire fra gli italiani della vasta comunità di connazionali di Londra: sorta di città nella città. 

 Le maglie bianche, le bandiere bianco-rosse, i costumi ispirati alle armature dei guerrieri isolani del Medioevo svaniscono come un peso. Mentre si spengono le note della melodia di Sweet Caroline, presa in prestito qualche anno fa come inno non ufficiale dell’Inghilterra da una hit tutta sentimento firmata nel 1969 da Neil Diamond. E soprattutto di 'Three Lions' ('Tre Leonì): vero e proprio tormentone scritto nel 1996 da David Baddiel e Frank Skinner e portata al successo dai 'Lightning Seeds' in occasione degli Europei britannici di quell'anno (già allora con poca fortuna calcistica); per essere poi riesumata in queste settimane in sfida imprudente a ogni scaramanzia, con quel ritornello «It's coming home, football’s coming home» destinato negli auspici a spingere appunto il ritorno «a casa» dello sport più popolare del mondo. Un ritorno che al 229, locale notturno di Great Portland Street, a due passi da Regent Park, centinaia di persone avevano celebrato già nel pomeriggio sotto gli occhi niente meno che di sir Geoff Hurst, 79 anni, eroe fra gli eroi dell’unico successo mondiale casalingo conquistato dai Bianchi nel '66 all’epoca dei Beatles e autore (gol fantasma incluso) di una tripletta nella finale vinta il 30 luglio di 55 anni fa per 4 a 2 ai supplementari contro la Germania Occidentale. Trionfo che viceversa stavolta a resterà una gloria solitaria per la gente dell’isola.

Un incubo, una maledizione che chissà quando potrà mai essere spezzata. Non contro l’Italia, comunque. 

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