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Nell'Italia di Roberto Mancini tornano le "staffette"

Da Belotti-Immobile, alla coppia Verratti-Jorginho, fino al Chiesa Berardi: ma finché si vince...

Di Adolfo Fantaccini

In principio fu Belotti-Immobile, poi toccò alla coppia Verratti-Jorginho, adesso è il turno di Chiesa con Berardi. Certo è che l’impatto sulla partita contro l'Austria da parte dei 'rincalzì azzurri è stato devastante, determinante. E, naturalmente, vincente. Non chiamatele riserve, però, perché Chiesa nella Juve fa praticamente il titolare, così come Jorginho-Verratti e Immobile-Belotti sono pedine inamovibili negli scacchieri dei rispettivi allenatori, quando indossano la maglia della squadra di appartenenza. 

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La staffetta, in epoche diverse, è diventata metafora di un Paese denso di contraddizioni e di fermenti politici. Avanguardia di rinnovamento e baricentro di sperimentazione. Il 'Patto della staffettà fu il nome giornalistico di un compromesso politico, ideato dal democristiano Riccardo Misasi e siglato in un convento sull'Appia antica nell’estate 1983 da Bettino Craxi, allora segretario del Psi, e Ciriaco De Mita, figura apicale della Democrazia Cristiana. Quest’ultimo ottenne che il secondo incarico conferito dal nuovo presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a Craxi fosse vincolato a un’informale 'staffettà, che avrebbe visto un democristiano subentrare alla guida del Governo nazionale dopo un anno, per condurre al termine la legislatura. 

Tornando al calcio, gli avvicendamenti in corso d’opera, nella storia azzurra, si sono spesso rivelati vincenti, in particolare ai Mondiali. Nel 2006 Alessandro Del Piero, riserva di lusso, subentrò spesso e, in particolare nella semifinale contro la Germania, a Dortmund, fu determinante, perché firmò il 2-0 che affossò definitivamente i 'panzer'. Italia-Germania, quella Ovest però, regalò un altro episodio storico legato a un cambio in corsa, peraltro preventivato, studiato e programmato. Bisogna risalire a un’altra semifinale, riavvolgere il nastro del tempo e tornare sugli altipiani cari a Montezuma, in Messico, dove il 17 giugno 1970, allo stadio Azteca, andò in scena la partita del secolo (scorso) fra gli azzurri e i temutissimi 'bianchì. 

Il ct Ferruccio Valcareggi propose il secondo atto della staffetta fra Sandro Mazzola e Gianni Rivera: l’interista cominciava la partita, il 'Golden boy' la finiva. E, in quella circostanza, la chiusa fu da delirio (ma solo per gli azzurri e gli italiani, però), con il gol del definitivo 4-3 del milanista, un tocco di piatto destro a spiazzare il portiere Sepp Maier. Un 'must’nella storia del calcio, una icona, ma soprattutto il gol che valse pass per la finale persa poi contro il pirotecnico Brasile di Pelè. 

Anche all’Europeo non sono mancate le staffette: famosa quella fra i pali della porta dell’Italia, con Dino Zoff che prese il posto di Enrico Albertosi nella parte finale del torneo del 1968, che si concluse proprio con la vittoria degli azzurri. Il portiere di Fiorentina, Cagliari e Milan era il titolare, ma si infortunò a Sofia, nel quarto di finale contro la Bulgaria (l'ultima partita di Armando Picchi in azzurro, peraltro), entrò nella ripresa Zoff che, oltre a propiziare il momentaneo 2-0 dei padroni di casa con un’uscita a vuoto, si sarebbe in minima parte riscattato nella semifinale con l’Unione Sovietica e nella doppia finale disputata contro la Jugoslavia. 

 Spesso le staffette coincidono con le rivalità e non sempre portano ai risultati sperati. Non fu così a Italia '90, dove Totò Schillaci venne fatto entrare al posto di Andrea Carnevale e non uscì più dallo schieramento titolare, risultando alla fine il 'pichichì del torneo iridato con 6 reti. Ai Mondiali del 1998, in Francia, Cesare Maldini inventò una specie di staffetta fra Roberto Baggio e lo stesso Alessandro Del Piero, con il vicentino pronto a entrare quando i ritmi della partita si sarebbero abbassati: non fu una mossa vincente in senso assoluto, perché il cammino dell’Italia si fermò ai quarti contro i padroni di casa della Francia, vittoriosi ai rigori. 

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