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Pupi Avati, “Il mio Dante visto da vicino”

Regista presenta film con Castellitto in sala dal 29 settembre

Di Redazione |

ROMA, 21 SET – “È sempre stato celebrato un Dante militante e poco affettuoso e così a scuola lo abbiamo odiato, hanno fatto di tutto per allontanarcelo e invece bisogna avvicinarlo a noi. Ho sempre pensato che il Divin Poeta andasse risarcito”. Così un Pupi Avati visibilmente soddisfatto ha raccontato il suo DANTE, film da lui inseguito per diciotto anni e che finalmente ha realizzato, in sala dal 29 settembre con 01. L’arte giustifica una vita? “Sicuramente sì nel caso di Dante e di Boccaccio e forse questo vale anche per me, anche se, devo confessare, il regalo più bello per mia moglie sarà dirle: smetto di fare cinema” dice il regista alla Casa del Cinema. Questo il film. Siamo nel 1350 e Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto) viene incaricato di portare dieci fiorini d’oro come risarcimento simbolico a Suor Beatrice (Valeria d’Obici), figlia di Dante Alighieri (Alessandro Sperduti), monaca a Ravenna nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi. Dante è morto in esilio nel 1321, ma la sua fama si è diffusa ovunque. Gli ultimi suoi vent’anni sono stati terribili, in cerca di ospitalità dopo una condanna al rogo e alla decapitazione inflitta sia a lui che ai suoi figli maschi fuggiti a loro volta da Firenze. I dieci fiorini sarebbero proprio il risarcimento simbolico per la confisca dei beni e l’ingiusta condanna. Contro quella parte del mondo ecclesiale che considera la Commedia opera diabolica, Boccaccio accetta quest’incarico anche per poter svolgere un’indagine su Dante che gli permetta di narrarne la vicenda umana e le ingiustizie patite. Nel suo lungo viaggio Boccaccio oltre alla figlia incontrerà chi, negli ultimi anni dell’esilio ravennate, diede riparo e offrì accoglienza e chi, al contrario, respinse e mise in fuga l’esule. Da Firenze a Ravenna, Boccaccio sosta negli stessi conventi, borghi e castelli, il tutto per ricostruire la sua intera storia.

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