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Raffaella Deamici: «La figura della psicologa, necessario “ponte” per unire i mondi lontani di giovani e adulti

Di Redazione |

I genitori faticano sempre più a intercettare il malessere interiore dei figli e i giovani inviano segnali spesso fraintesi: ecco quando la presenza di un esperto super partes è necessaria per uscire da situazioni di incomunicabilità generazionale.

Milano, 10 ottobre 2022.Secondo l’ultimo report dell’Istat, in Italia negli ultimi due anni sono raddoppiati i casi di malessere emotivo tra gli adolescenti. “Insoddisfatti dalla vita” o in “una condizione di scarso benessere psicologico” i nostri giovani sono sempre più fragili e vulnerabili.

«Sul fronte opposto, i genitori appaiono sempre più in difficoltà, spesso lontani o ignari della bolla nera in cui sono immersi i figli: è la fotografia di due mondi che appaiono inconciliabili e il cui divario si fa sempre più ampio. Eppure, unire questi due universi è possibile!», spiega Raffaella Deamici, psicologa psicoterapeuta milanese, titolare di uno studio privato e collaboratrice di Ats, Università e licei del capoluogo lombardo dove coniuga l’attività presso lo sportello d’ascolto psicologico con l’intervento nelle classi. In occasione della Giornata mondiale della Salute Mentale, che ricorre il 10 ottobre, la psicoterapeuta fa alcune interessanti considerazioni, parlando della sua esperienza “sul campo”.

«Prestando lavoro nelle scuole, a contatto diretto con i ragazzi, percepisco chiaramente una grande distanza tra genitori e figli o docenti e alunni. Si tratta di un gap che genera sofferenza nell’adolescente e impotenza nell’adulto, che spesso non è in grado di intercettare il malessere interiore del giovane. Cogliere i motivi del disagio prima che la bolla nera allontani l’adolescente dalla realtà e saper “tradurre” le sue parole e i suoi gesti sono il primo passo per aiutarlo ad emergere da una condizione di sofferenza emotiva. Il supporto psicologico di un professionista in questi casi risulta davvero fondamentale».

Quindi la presenza di una psicologa, figura terza e super partes, fa la vera differenza, soprattutto nelle aule scolastiche: «Sì– continua Deamici -: le situazioni di incomunicabilità generazionale o di incapacità di interpretare i segnali inviati dall’adolescente non possono essere risolte in autonomia da parte degli adulti, è necessario il sostegno di un professionista che agisca da tramite tra questi due mondi. Ciò che vivo quotidianamente nelle classi è emblematico e devo constatare che sono spesso i genitori e i docenti a “fraintendere” le azioni e le parole dei ragazzi creando così un circolo vizioso che si risolve solo con l’intervento di un esperto. Porto qualche esempio: spesso, i sintomi psicosomatici, gli attacchi di pianto o la fatica ad alzarsi dal letto per andare a scuola sono interpretati dai “grandi” come capricci o segni di pigrizia e svogliatezza. In realtà non è così: se sono casi sporadici possono anche essere considerati normali e fisiologici, quando invece sono atteggiamenti cronicizzati o ripetuti devono far scattare un campanello d’allarme e spingere a porsi delle domande. Infatti, può trattarsi di un malessere emotivo molto più profondo tenuto nascosto al genitore. Equivocare questi atteggiamenti è più facile di quanto si creda».

D’altro canto il periodo che stiamo vivendo non aiuta: gli adulti sono sempre più immersi nei loro problemi, lontani mentalmente ed emotivamente.

«Come mi piace affermare – conclude Deamici – “non si finisce mai di accompagnare i figli a scuola”! I giovani vanno seguiti, ascoltati, accolti e per fortuna la realtà è costellata anche da numerosi casi in cui c’è un “lieto fine”. Ricordo ad esempio l’episodio di una madre molto preoccupata per l’atteggiamento di un professore nei riguardi della figlia. A suo dire non la capiva e, anzi, non la sopportava. La ragazza, da parte sua, a scuola era completamente bloccata. Nel corso di alcuni colloqui singoli e di gruppo è emerso che durante le lezioni la giovane soffriva di attacchi di panico e di ansia che manifestava sottraendosi alla vista o facendo scena muta, atteggiamenti che il professore, del tutto ignaro, equivocava… generando in lei ancora più ansia e frustrazione. Fortunatamente la vicenda si è risolta positivamente: “traducendo” i comportamenti della ragazza e le reazioni del docente è stata trovata una strada efficace per rimetterli in contatto nella maniera giusta».COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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