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Il delitto Dalla Chiesa 40 anni dopo: una strage di mafia velata ancora da ombre e misteri

Il generale dell'Arma dei Carabinieri, nel ruolo di prefetto di Palermo, fu ucciso insieme alla moglie e ad un agente di scorta in via Carini. I 100 giorni trascorsi nel capoluogo furono un calvario senza i poteri di coordinamento che lui aveva chiesto e che non sarebbero mai arrivati

Di Giorgio Petta

Arrivò a Palermo la sera del 30 aprile di 40 anni fa, in una città sconvolta dal feroce assassinio del segretario del Pci regionale Pio La Torre e del suo amico autista Rosario Di Salvo, ultime vittime “eccellenti” - proprio la mattina di quel giorno - della guerra di mafia scatenata dai corleonesi di Totò Riina. Era stato il ministro dell’Interno Virginio Rognoni a nominarlo Prefetto di prima classe e a mandarlo a Palermo per chiudere la partita con la mafia dopo la vittoriosa campagna contro le Brigate rosse. Da fedele servitore della Stato disse ancora una volta di sì. Al vertice e al termine della carriera nell’Arma dei carabinieri, avrebbe potuto rifiutare l’incarico, ma non si tirò indietro. Prevalse il senso del dovere. Come altre volte nella sua vita di investigatore iniziata in Sicilia e a Corleone alla fine del secondo conflitto mondiale combattendo il banditismo di Salvatore Giuliano e la mafia di Michele Navarra e Luciano Liggio. 

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Carlo Alberto Dalla Chiesa conosceva, infatti, assai bene l’avversario che si apprestava ad affrontare. Non si faceva illusioni. La lotta avrebbe richiesto anni ma anche una vera e propria rivoluzione culturale, politica e ammnistrativa in un Paese dove erano ancora in tanti a dire che la mafia non esisteva. Da militare tutto d’un pezzo e conscio delle proprie capacità, il generale era comunque convinto di portare a termine il compito affidatogli dal Governo e dal ministro Rognoni. Ad una condizione: che - come gli era stato più volte assicurato - lo avessero messo nelle condizioni di farla. Aveva le idee chiare il generale. Soprattutto per quanto riguardava il potere di coordinamento delle varie forze dell’ordine nelle indagini. Lo aveva detto, ripetuto e scritto che non avrebbe guardato in faccia nessuno, tanto meno avrebbe risparmiato gli intrecci politico-economici di Cosa nostra in Sicilia e nel resto del Paese. Con la consueta schiettezza: agli uomini di Governo e ai politici che aveva incontrato. Promesse e assicurazioni tante, certezze nessuna.

 

 

 Quando il tardo pomeriggio del 30 aprile 1982 arrivò a Palermo, Dalla Chiesa di una cosa era sicuro: che non avrebbe recitato la parte del “Don Chisciotte”. Ma era conscio, tuttavia, di essere, senza i poteri di coordinamento, un’arma scarica e inefficiente in attesa delle munizioni che gli erano state assicurate a parole ma che tardavano ad arrivare. Anzi, che non sarebbero mai arrivate. Al primo incontro con i cronisti a Villa Whitaker, non disse nulla dell’amarezza e delle perplessità che gli rodevano dentro. Si mostrò cordiale e sorridente, parlò del duro lavoro che lo attendeva e anche dei risultati che quanto prima sarebbero arrivati. Ai vecchi giornalisti che lo conoscevano dagli anni in cui comandava la Legione di Palermo non sfuggì, però, l’ombra che gli offuscava gli occhi.    

Per Carlo Aberto Dalla Chiesa i cento giorni a Palermo furono un calvario. Segnato da polemiche senza fine e attacchi concentrici provenienti da ogni parte sulla questione del coordinamento delle indagini e sul potere che si sarebbe concentrato nelle mani di un uomo solo. Un uragano. Con la mafia che stava a guardare mentre continuava la mattanza che insanguinava le strade della città e della Sicilia intera. Quaranta anni dopo quel tragico 3 settembre 1982 di via Isidoro Carini in cui - come si lesse in un cartello scritto da un anonimo cittadino - morì “la speranza dei palermitani onesti”, si può dire che non fu risparmiato davvero nulla al Generale-Prefetto. A 360 gradi. Basta leggere i giornali di quella rovente estate dell’82. Con blitz polemici quotidiani che avevano l’obiettivo di offuscarne il ruolo e soprattutto l’immagine e giusto in una terra in cui “il rispetto” - come ripeteva di frequente lo stesso Dalla Chiesa - era fondamentale. Si sentiva assediato. Anche a Villa Whitaker, la sede della Prefettura. Aveva persino spostato la sua scrivania, piazzandola in una zona riparata della stanza, per timore di un attentato attraverso le grandi finestre che si affacciavano su via Cavour. Chiunque avrebbe potuto sparargli da uno dei palazzi di fronte. Una modifica che non sfuggì ai cronisti dell’epoca, ma che lui, a specifica richiesta, non volle commentare. Dalla Chiesa non si fidava di nessuno. Il clima era pesante. Ma dalla sua bocca non uscì mai una parola per difendersi dagli attacchi che gli piovevano addosso ogni giorno. Preferiva incontrare, parlare, spiegare, scrivere lettere riservate - anche al Capo del Governo Giovanni Spadolini - per chiedere spiegazioni sui ritardi del tanto richiesto coordinamento delle indagini antimafia. Il 16 giugno la strage della circonvallazione di Palermo. Mentre veniva trasferito dal carcere di Enna a quello di Trapani, fu ucciso a raffiche di “kalashnikov” il boss catanese Alfio Ferlito, l’acerrimo nemico di Benedetto Santapaola. Un “favore” dei corleonesi agli amici etnei. Nell’agguato morirono i tre carabinieri di scorta Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca nonché l’autista Giuseppe di Lavore. Le foto immortalarono Dalla Chiesa in lacrime davanti ai cadaveri dei militari massacrati.

Furono mesi pieni di amarezze, quelli, per il Generale-Prefetto. Con le sole eccezioni del matrimonio con Emanuela Setti Carraro - anche questo oggetto di sarcastici e vili commenti - e degli incontri con gli studenti del “Gonzaga” e del “Garibaldi” di Palermo, sollecitati a vivere liberi e consci dei propri diritti di cittadini, lontani dalla corruzione e dalle vischiosità mafiose. L’epilogo del calvario fu annunciato, mentre i morti si contavano a decine nel cosiddetto “triangolo della morte” tra Casteldaccia, Bagheria e Villabate, con una telefonata anonima al giornale “L’Ora”. Era il 10 agosto. Il giorno in cui fu pubblicata da “La Repubblica” l’intervista che Giorgio Bocca aveva fatto a Dalla Chiesa. Per la prima volta, quest’ultimo, aveva abbandonato ogni riservatezza. Una bomba. Il Generale-Prefetto denunciò ancora una volta i ritardi per l’affidamento del coordinamento delle indagini e la mancanza di mezzi investigativi, annunciando che entro settembre avrebbe deciso se restare o lasciare l’incarico. «Sono venuto qui - puntualizzò - per dirigere la lotta alla mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza… Mi interessa la lotta contro la mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato». «Oggi - aggiunse - mi colpisce il policentrismo della mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E’ finita la mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la mafia è forte anche a Catania, anzi Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?».  «La mafia - spiegò a Bocca - ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi o commerciali e magari industriali. A me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti “à la page”. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere».

Il 10 agosto furono uccisi a Bagheria Salvatore e Giovanni Di Peri. «Siamo - ascoltò il centralinista de “L’Ora” - i killer del triangolo della morte. L’operazione da noi chiamata “Carlo Alberto” in omaggio al prefetto, con l’operazione di stamani l’abbiamo quasi conclusa, dico quasi conclusa». 3 settembre 1982, ore 21 e 15, via Isidoro Carini. La “A112” guidata da Emanuela Setti Carraro con accanto il marito percorre la strada seguita dall’“Alfetta” di scorta con a bordo l’agente Domenico Russo. Le auto sono affiancate da due moto. I killer aprono il fuoco con i “kalashnikov”. Uno risulterà usato per uccidere Alfio Ferlito. Non c’è scampo per nessuno. Ventitrè bossoli restano sull’asfalto, compresi quelli sparati per sfigurare - per sfregio - il volto del Generale-Prefetto e della giovane moglie. L’indomani, alle 11,50, un’altra telefonata anonima, questa volta alla redazione palermitana de “La Sicilia”: «L’operazione “Carlo Alberto” si è conclusa». Strage di mafia certamente, come hanno dimostrato indagini, processi e sentenze. Ma con molte ombre e tanti interrogativi in attesa di risposte che non arriveranno mai. Come in tutte le storie italiane. La svolta, anche operativa, fu impressa - finalmente e all’indomani della strage - con l’approvazione della Legge Rognoni-La Torre, invano sollecitata da Dalla Chiesa per colpire i patrimoni dei boss. «Mentre a Roma si pensa sul da fare - gridò nell’omelia dei funerali il cardinale Salvatore Pappalardo citando Tito Livio - la città di Sagunto viene espugnata dai nemici e questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo!». Un delitto annunciato, come tanti altri omicidi di servitori dello Stato vittime, nel corso degli anni successivi, di Cosa nostra. Dalla Chiesa aveva messo il dito nella piaga. «Credo - aveva spiegato nell’intervista a Bocca - di avere capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale: è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché è isolato». Destino condiviso, purtroppo, da troppi magistrati e investigatori. In quaranta anni, molta acqua è passata sotto i ponti e non tutta è stata ed è limpida mentre svaniscono, come è ineluttabile nel nostro Paese, la memoria e l’impegno. La svolta, tuttavia, c’è stata. Non esiste al mondo un Paese con una legislazione antimafia come quella approvata a partire dal 1982 dal nostro Parlamento. La vittoria resta lontana. La lotta continua.

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