Chi vince e chi perde in Italia alle Europee
Ognuno corre per sé. Alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno si vota con il proporzionale. E la regola del proporzionale è che non ci sono regole: non ci sono alleanze, né coalizioni. Tutti contro tutti. Così la competizione è forte anche dentro gli schieramenti, nel centrodestra e nel centrosinistra, tra partiti che, a livello nazionale o locale, governano insieme.
Questo è un voto decisivo per il futuro dell’Unione, riguarda scelte chiave, dall’ambiente all’economia. Ma le Europee in Italia hanno sempre avuto anche un significato tutto domestico: la politica si misura con le urne, si pesa, testa i rapporti di forza. Vediamo allora la posta in gioco per i partiti e i loro leader.
Un referendum su Giorgia
Giorgia Meloni è in campo in prima persona: «Se ancora credete in me scrivete sulla scheda Giorgia», è stato il lancio della sua campagna elettorale. La leader di FdI si è data un obiettivo: prendere almeno il 26%, lo stesso risultato che due anni fa la mandò a Palazzo Chigi. Una presidente del Consiglio candidata alle Europee è un unicum italiano (ci sarebbe anche la Croazia, ma lì la corsa di Plenković si è incrociata con i difficili negoziati per la formazione del governo). C’è da dire, comunque, che sono tanti i leader di partito nelle liste per il Parlamento europeo. E molti, se eletti, non andranno certo a Strasburgo.
La (prima vera) sfida di Elly Schlein
Corre anche Elly Schlein: «Mi candido per dare una spinta alla squadra del Pd. Ma io sarò qui nel confronto quotidiano nel Parlamento con Giorgia Meloni e le sue scelte scellerate». Per lei la strada è stata più complicata: la candidatura ha provocato qualche mal di pancia nel partito e non c’è il suo nome sul simbolo. Però la sfida c’è: è la prima elezione nazionale da quando Schlein è alla guida del Pd. Lei non ha indicato obiettivi, ma deve tenersi sopra il 19%, il risultato del Pd alle politiche di due anni fa, se vuole stare al sicuro: sotto quella cifra, nel partito, comincerebbero ad affilare i coltelli. Al contrario, sopra il 22% riporterebbe i dem ai livelli del 2019, prima della scissione dei renziani.
La polarizzazione tra Meloni e Schlein, seppur cercata, ha stentato a decollare: a destra come a sinistra gli alleati/concorrenti sono restii a lasciare la scena alle due leader, come dimostra il mancato duello tv.
Conte: vietato arretrare
A cominciare da Giuseppe Conte. Che non è in lista: «Io non inganno i cittadini, perché so già che in Europa non ci andrei». Un fendente menato a destra ma pure a sinistra: è anche il Pd, forse soprattutto il Pd, il bersaglio del leader dei 5 Stelle. Maggiore sarà il distacco dai dem più complicato sarà per il Movimento rivendicare la guida di un eventuale campo largo. Soglia minima: il 15% del 2022.
Centrodestra: lotta per il secondo posto
Nel centrodestra, invece, la partita, molto accesa, è per chi arriva secondo, dietro Meloni, e la giocano Antonio Tajani e Matteo Salvini. Che non a caso hanno duellato senza sosta in campagna elettorale.
Salvini a destra con il generale
Il nome di Matteo Salvini non è nelle liste, ma il leghista, con lo slogan «Più Italia, meno Europa», punta a destra e scommette sul generale Roberto Vannacci, scelta che non tutti i colonnelli della Lega hanno condiviso: un cattivo risultato potrebbe aprire una discussione sulla leadership del partito. Salvini auspica una percentuale a due cifre, ma, numeri a parte, la Lega deve guardarsi dall’avanzata di Forza Italia.
Tajani e il futuro dopo Berlusconi
Per Antonio Tajani, che per le Europee ha stretto l’accordo con Noi moderati, è la prima prova elettorale dopo la morte di Berlusconi, pur presente nei manifesti elettorali. Vorrebbe festeggiare il suo esordio con un risultato a doppia cifra. Questo consentirebbe l’operazione sorpasso: ovvero scavalcare la Lega. Per far questo punta tutto sull’appartenenza al Ppe: «Il partito più grande del Parlamento Ue, la scelta da fare per tutelare gli interessi dell’Italia». Insomma, dritti al centro.
Il derby del fu Terzo Polo
Quello del centro resta però uno spazio molto ambito. Cercano di occuparlo anche gli Stati uniti d’Europa, di Emma Bonino e Matteo Renzi, e Azione di Carlo Calenda.
Calenda ha chiarito: corro per aiutare la squadra, in campo ci sono anche gli altri leader. Renzi incalza: io, se eletto, a differenza degli altri in Europa andrò davvero.
È interessante il duello tra i due ex soci del Terzo polo. Vedremo chi avrà la meglio, per loro in ogni caso l’obiettivo minimo è il 4%, lo sbarramento: sotto, non si entra al Parlamento europeo.
Alleanza Verdi e Sinistra
La stessa soglia che, a sinistra, deve superare Alleanza Verdi e sinistra: sarà decisiva anche per capire se potrà scattare, o meno, il seggio di Ilaria Salis, della cui candidatura si è molto discusso in campagna elettorale.
Gli altri: decisivo il 4%
Centrare il 4% sarebbe un ottimo risultato per le altre liste in corsa, come Alternativa popolare di Stefano Bandecchi, Libertà di Cateno De Luca, Pace Terra Dignità di Michele Santoro.