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Chi vince e chi perde in Italia alle Europee

Redazione La Sicilia

05 Giugno 2024, 09:05

Ognuno corre per sé. Alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno si vota con il proporzionale. E la regola del proporzionale è che non ci sono regole: non ci sono alleanze, né coalizioni. Tutti contro tutti. Così la competizione è forte anche dentro gli schieramenti, nel centrodestra e nel centrosinistra, tra partiti che, a livello nazionale o locale, governano insieme.

Questo è un voto decisivo per il futuro dell’Unione, riguarda scelte chiave, dall’ambiente all’economia. Ma le Europee in Italia hanno sempre avuto anche un significato tutto domestico: la politica si misura con le urne, si pesa, testa i rapporti di forza. Vediamo allora la posta in gioco per i partiti e i loro leader.

​Un referendum su Giorgia
Giorgia Meloni è in campo in prima persona: «Se ancora credete in me scrivete sulla scheda Giorgia», è stato il lancio della sua campagna elettorale. La leader di FdI si è data un obiettivo: prendere almeno il 26%, lo stesso risultato che due anni fa la mandò a Palazzo Chigi. Una presidente del Consiglio candidata alle Europee è un unicum italiano (ci sarebbe anche la Croazia, ma lì la corsa di Plenković si è incrociata con i difficili negoziati per la formazione del governo). C’è da dire, comunque, che sono tanti i leader di partito nelle liste per il Parlamento europeo. E molti, se eletti, non andranno certo a Strasburgo.


La (prima vera) sfida di Elly Schlein
Corre anche Elly Schlein: «Mi candido per dare una spinta alla squadra del Pd. Ma io sarò qui nel confronto quotidiano nel Parlamento con Giorgia Meloni e le sue scelte scellerate». Per lei la strada è stata più complicata: la candidatura ha provocato qualche mal di pancia nel partito e non c’è il suo nome sul simbolo. Però la sfida c’è: è la prima elezione nazionale da quando Schlein è alla guida del Pd. Lei non ha indicato obiettivi, ma deve tenersi sopra il 19%, il risultato del Pd alle politiche di due anni fa, se vuole stare al sicuro: sotto quella cifra, nel partito, comincerebbero ad affilare i coltelli. Al contrario, sopra il 22% riporterebbe i dem ai livelli del 2019, prima della scissione dei renziani.

​La polarizzazione tra Meloni e Schlein, seppur cercata, ha stentato a decollare: a destra come a sinistra gli alleati/concorrenti sono restii a lasciare la scena alle due leader, come dimostra il mancato duello tv.

Conte: vietato arretrare
A cominciare da Giuseppe Conte. Che non è in lista: «Io non inganno i cittadini, perché so già che in Europa non ci andrei». Un fendente menato a destra ma pure a sinistra: è anche il Pd, forse soprattutto il Pd, il bersaglio del leader dei 5 Stelle. Maggiore sarà il distacco dai dem più complicato sarà per il Movimento rivendicare la guida di un eventuale campo largo. Soglia minima: il 15% del 2022.

​Centrodestra: lotta per il secondo posto
Nel centrodestra, invece, la partita, molto accesa, è per chi arriva secondo, dietro Meloni, e la giocano Antonio Tajani e Matteo Salvini. Che non a caso hanno duellato senza sosta in campagna elettorale. 

​Salvini a destra con il generale
Il nome di Matteo Salvini non è nelle liste, ma il leghista, con lo slogan «Più Italia, meno Europa», punta a destra e scommette sul generale Roberto Vannacci, scelta che non tutti i colonnelli della Lega hanno condiviso: un cattivo risultato potrebbe aprire una discussione sulla leadership del partito. Salvini auspica una percentuale a due cifre, ma, numeri a parte, la Lega deve guardarsi dall’avanzata di Forza Italia.

Tajani e il futuro dopo Berlusconi
 Per Antonio Tajani, che per le Europee ha stretto l’accordo con Noi moderati, è la prima prova elettorale dopo la morte di Berlusconi, pur presente nei manifesti elettorali. Vorrebbe festeggiare il suo esordio con un risultato a doppia cifra. Questo consentirebbe l’operazione sorpasso: ovvero scavalcare la Lega. Per far questo punta tutto sull’appartenenza al Ppe: «Il partito più grande del Parlamento Ue, la scelta da fare per tutelare gli interessi dell’Italia». Insomma, dritti al centro. 

​Il derby del fu Terzo Polo
Quello del centro resta però uno spazio molto ambito. Cercano di occuparlo anche gli Stati uniti d’Europa, di Emma Bonino e Matteo Renzi, e Azione di Carlo Calenda.
Calenda ha chiarito: corro per aiutare la squadra, in campo ci sono anche gli altri leader. Renzi incalza: io, se eletto, a differenza degli altri in Europa andrò davvero.
È interessante il duello tra i due ex soci del Terzo polo. Vedremo chi avrà la meglio, per loro in ogni caso l’obiettivo minimo è il 4%, lo sbarramento: sotto, non si entra al Parlamento europeo. 

Alleanza Verdi e Sinistra
​La stessa soglia che, a sinistra, deve superare Alleanza Verdi e sinistra: sarà decisiva anche per capire se potrà scattare, o meno, il seggio di Ilaria Salis, della cui candidatura si è molto discusso in campagna elettorale.

Gli altri: decisivo il 4%
​Centrare il 4% sarebbe un ottimo risultato per le altre liste in corsa, come Alternativa popolare di Stefano Bandecchi, Libertà di Cateno De Luca, Pace Terra Dignità di Michele Santoro.