Il racconto
Il quartiere Cappuccini negli occhi di Becher fra scatti di vita e diritti negati
Ventenne, nato a Catania e di origini marocchine ha dovuto attendere i 18 anni per la cittadinanza. La sua storia nel progetto "Si muove la città" di Caritas
Becher ha vent'anni, studia informatica all'Università di Catania ed è cresciuto tra l'Antico Corso e i Cappuccini. È un ragazzo che ha vissuto il quartiere di San Cristoforo in ogni sua sfumatura, da quando giocava per strada da bambino fino alla sua recente partecipazione al progetto fotografico promosso da Caritas insieme a tante realtà del quartiere chiamato «Si muove la città - Sguardi sul quartiere San Cristoforo» che lo ha portato a ripensare la sua realtà con occhi nuovi e più consapevoli.
Nella mostra in corso al Museo diocesano c'è un'immagine scattata da Becher: ritrae un'Ape car parcheggiata. «Per me è simbolo del lavoro ambulante, in contrapposizione ai panni stesi ad asciugare», spiega. «Mi piaceva molto il contrasto, in questo modo si vede una famiglia: c'è magari il padre che va a prendere l'Ape per andare a lavorare e poi c'è la moglie e la madre che stende i vestiti».

Nonostante la bellezza colta attraverso l'obiettivo, Becher non nasconde l'amarezza per un quartiere che fatica a evolversi. L'intervista tocca un episodio tra il dolce e l'amaro del suo passato: una lettera scritta da bambino al giornale La Sicilia - era il 21 marzo 2017 - in cui chiedeva un semplice spazio per giocare. La piazzetta dietro casa, oggi come allora, è soffocata dalle automobili. «Mi dispiace dirlo, però non è cambiato nulla», ammette. Quello spazio, che nei suoi sogni infantili doveva diventare un campo da calcio, rimane un parcheggio. «Ancora oggi i ragazzini, non avendo dove giocare, giocano per strada tra le macchine», osserva, ricordando come, pur avendo sperato in un cambiamento da piccolo, alla fine «non è successo nulla».
Il progetto fotografico però è servito anche a questo: a rallentare il passo e notare i dettagli che spesso sfuggono alla routine, come delle bottiglie di birra abbandonate accanto a un albero. «Se ti fermi un attimo, vedi e dici: "Ma guarda che peccato". Capisci un po' la città quando è degradata».
Nato a Catania da genitori marocchini, Becher rappresenta la generazione dei «nuovi italiani». Anche se italiano lo è da sempre. Ma non per la burocrazia. Sebbene affronti con ironia e leggerezza qualche episodio di pregiudizio legato al colore della pelle («Sono una persona molto ironica, la prendo a ridere»), il suo tono si fa serio quando si parla di diritti. Becher è cittadino italiano da soli due anni, uno status che ha potuto richiedere solo al compimento della maggiore età. «C'era questo caos dove io e i miei genitori dovevamo andare a fare il permesso di soggiorno ogni due anni, ogni quattro, dipende. Ed è molto scomodo», spiega ricordando le file interminabili e le levatacce mattutine.
La sua riflessione finale è un appello al buon senso per chi nasce e cresce in Italia: «Secondo me un ragazzo che magari nasce qua... non dico che debba prenderla subito, ma magari dopo cinque anni in cui va a scuola. Attendere diciotto è davvero troppo».