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Appello della dottoressa violentata in guardia medica a Trecastagni: «Voglio tornare a lavorare»

La donna che, nella notte tra il 18 e 19 settembre scorso, è stata stuprata in ambulatorio è ancora “in malattia”, ma non perché si senta “malata”.

CATANIA -  «Quella notte ho dovuto lottare mettendo in moto delle strategie per non sprecare le poche forze che avevo. Se avessi cercato di reagire davanti ad un uomo che aveva un forza fisica molto superiore alla mia, credo che sarei schiattata. Noi donne siamo più deboli, è un dato di fatto, per tanti motivi, culturali e fisici. Ma non dobbiamo abbassare la guardia. Un lavoro importante e basilare lo fate voi giornalisti e noi, i testimoni che sopravviviamo. La testimonianza di chi sopravvive alla violenza, dei tanti genitori di ragazze uccise da quello che doveva essere il loro grande amore, è fortissima. Molti sono riusciti ad organizzarsi in associazioni e, secondo me, le Istituzioni dovrebbero sostenerli, anche economicamente».

Serafina Strano è una “sopravvissuta”. La donna medico che, nella notte tra il 18 e 19 settembre scorso, è stata violentata nell’ambulatorio di Guardia medica a Trecastagni è ancora “in malattia”, ma non perché si senta “malata”. Aspetta che l’Asp di Catania la ricollochi da qualche altra parte, una decisione ancora pendente a sei mesi dall’aggressione.

«Sono stata inabile per un periodo, perché, oggettivamente, stavo male, adesso francamente si è perso tempo. Ho chiesto la ricollocazione ma, per motivi burocratici, non arriva. Sono stata sottoposta alla visita della Commissione medica il 23 gennaio scorso e ho avuto avuto notizia dell’esito - dopo pressioni a tutti i livelli - solo la settimana scorsa. Pare che io sia inabile a fare l’attività di guardia medica per un periodo temporaneo, cioè 6 mesi dalla visita. Questo significa che il 23 luglio, secondo questa commissione, potrei tornare a lavorare in guardia medica».

Ma lei tornerà a fare turni in guardia medica?

«No, assolutamente. Infatti questa visita doveva accertare che io fossi inabile a lavorare in guardia medica, non che lo fossi a lavorare tout court, cosa molto diversa. Io, sin dal primo momento, ho sostenuto - e in questo ho avuto il conforto di psichiatri e psicologi - di voler tornare a lavorare, ma non in un contesto di guardia medica considerato, tra l’altro che, a tutt’oggi, è un lavoro che si svolge da soli».

A Trecastagni è cambiato qualcosa?

«Diciamo che da tugurio di serie C è diventato un tugurio di serie A. L’Asp di Catania sta molto lentamente provvedendo ad installare, in tutti i presidi di guardia medica, videocitofoni e maniglioni antipanico. A Trecastagni, il sistema di videosorveglianza è sempre a circuito chiuso ma dicono di volerlo collegare in remoto. L’ambulatorio è stato un po’ ripulito, ma rimangono problemi logistici gravi. Io sono convinta che nelle guardie mediche sarebbe utile una sorveglianza armata, non la riterrei una militarizzazione come qualcuno ha sostenuto, casomai un segno che l’Asp vuole proteggerci».

C’è un altro medico al suo posto?

«Sì, è stato nominato un sostituto. In totale a Trecastagni, in questo momento, prestano servizio tre uomini e due donne. Queste ultime, ci tengo a dirlo, sono accompagnate anche di giorno, così come accade nell’80% delle guardie mediche».

Dove ha chiesto di essere ricollocata?

«Questo è da concordare con l’Asp in particolare con il dott. Mimmo Torrisi, il dirigente che si occupa delle cure primarie. Io vorrei svolgere il mio lavoro prevalentemente in ambito consultoriale, anche perchè sono specialista in ostetricia e ginecologia e, quindi, penso di poter dare un contributo sia sul piano della prevenzione che su quello sociale e, poi, mi piacerebbe prendere parte a delle campagne di sensibilizzazione nelle scuole per cercare in qualche modo di creare delle coscienze sulla problematica “violenza sulle donne”. La sensibilizzazione deve cominciare dalle generazioni più giovani».

Facciamo conto che domani debba parlare ai ragazzi di una scuola. Come racconterebbe la sua storia?

«In maniera sintetica, magari con le stesse riflessioni che ho fatto alla Camera dei Deputati il 25 novembre scorso, certo con altre parole. Io, lo ripeto, sono una sopravvissuta, ho temuto seriamente di morire in quell’ora e mezza, penso sia la stessa sensazione che può provare un terremotato sotto le macerie o una persona vittima di qualsiasi altra calamità naturale. Oggi, piano piano, quella ferita, quell’orrore, quel vissuto, non dico che si stia stemperando, però sto reagendo bene. Di una cosa sono certa: farò di tutto perchè non capiti più una cosa simile in un ambiente di lavoro».

Crede che dopo la sua esperienza si sia toccato il fondo? Che ora ci siano occhi e orecchie più “aperti”?

«Un po’ sì, anche se la mia ribellione pubblica così aspra, così diretta, è stata criticata. Mi hanno messa “in guardia”, proprio perchè stavo colpendo i poteri forti e quelli istituzionali. Ma domando: non sono state le Istituzioni che mi hanno fatto rischiare di morire? Le Istituzioni, l’Asp, il sistema, a creare una situazione per cui io sono stata in balia di un violentatore, uno stupratore, per un’ora e mezza? Su questo io non derogo, la mia denuncia continuerà ad essere forte».

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