L'approfondimento
Loghi e simboli dei narcotrafficanti: i “brand” della cocaina diventano input investigativi VIDEO
Animali, griffe famose, slogan e Qrcode “impressi” nei panetti di droga. L'analisi del fenomeno criminale: parla il capo della mobile di Catania, Emanuele Fattori
Le holding del narcotraffico da alcuni anni hanno deciso di “brandizzare” i prodotti messi in vendita nel mercato nero della droga. Sui panetti di cocaina è impresso un logo che può indicare più fattori: qualità, tipologia ma anche provenienza geografica. I marchi possono diventare anche input investigativi. Ne abbiamo discusso con Emanuele Fattori (nella foto in alto a destra), dirigente della squadra mobile che ultimamente ha inferto duri colpi ai grossisti del narcotraffico con ingenti sequestri.
I panetti di cocaina marchiati con dei loghi cosa rappresentano nel mercato del narcotraffico?
«È chiaro che la presenza di loghi certifica una determinata filiera, che noi monitoriamo attraverso l’inserimento di quel determinato simbolo in un sistema informatico condiviso. Questo permette di tracciare e ricollegare i vari sequestri che vengono fatti sul territorio nazionale e anche all'estero».
Quindi queste informazioni vengono condivise fra le varie forze di polizia che si occupano di contrasto al narcotraffico?
I brand del narcotraffico sono variegati: bovini, squadre di calcio, peperoncini. Addirittura dei Qr code che rimandano all’immagine di Paperon de’ Paperoni. Può trattarsi anche di un “marchio” di qualità?
«Può essere anche questo. Ma in realtà appare più una forma di certificazione di appartenenza e provenienza».
Una sorta di branding del narcotraffico? Ma questo vi aiuta nelle indagini?
«Come le ho detto, noi cerchiamo di inserire le particolari marchiature in questo sistema informatico. Un modo per fare una mappatura e un tracciamento della possibile provenienza dei carichi di droga. Ricollegare tra loro i carichi delle volte è indicativo su quali possano essere le eventuali filiere delle organizzazioni criminali, quindi anche delle eventuali interessenze tra le varie organizzazioni criminali che magari ricevono le stesse partite di stupefacente».
Il narcotraffico catanese è ancora collegato principalmente ai fornitori della ‘Ndrangheta calabrese?
«Non necessariamente, possiamo dire che oggi il narcotraffico non ha dei confini netti. Quindi si cerca il migliore offerente in termini economici e di convenienza».
C'è sempre la mafia che fa da intermediaria oppure oggi le dinamiche criminali si sono modificate?
«Esistono dei broker che mettono in relazione i narcotrafficanti con i destinatari. Questi possono essere sia organizzazioni criminali strutturate ma anche soggetti che si danno a questo tipo di attività in una forma meno strutturata».
Secondo lei i cartelli del narcotraffico oggi stanno cercando di eliminare la mediazione e hanno “assoldato” basisti diretti nelle nostre province?
«Come ho detto prima, in linea di massima c'è questo sistema di brokerage, che serve per evitare un diretto coinvolgimento delle organizzazioni strutturate in modo da non essere subito identificati. I narcotrafficanti preferiscono lasciare a terzi la gestione del traffico anziché farla in maniera diretta».
Il web e il dark web sono “piazze” usate nell’intermediazione nel narcotraffico?
«Sicuramente, oggi le modalità di comunicazione, la capacità di utilizzare strumenti come i cellulari criptati e altri strumenti che oramai sono acquistabili con cifre abbastanza basse, agevola la commissione di questo tipo di reati e permette una comunicazione che rende più ardua anche la stessa investigazione».
I quantitativi di stupefacente che state sequestrando sono ingenti, Catania è una piazza ricchissima per i narcotrafficanti?
«Esattamente, Catania è una piazza ricchissima. E può diventare anche crocevia per altre province».
Un porto d’approdo di carichi di droga?
«Anche un porto d’approdo. Ma in ogni caso i quantitativi si basano sulle richieste. C'è davvero un consumo molto elevato di sostanze».
Le rotte sono sempre quelle emerse dalle indagini degli ultimi anni? Balcani, Sud America, Nord Europa o ci sono nuove rotte?
«In linea di massima le rotte sono quelle classiche. C’è solo da dire che alcune organizzazioni criminali si sono radicate anche in Europa e, quindi, aumentano i punti di smistamento e di stoccaggio di questi quantitativi».
Ma questo mettere brand sui panetti non è un passo falso del narcotrafficante? In un certo modo si identifica, no?
«Una cosa è certificare, una cosa è identificare completamente. Arrivare a identificare chi è all’apice della filiera non è così semplice. E non basta un logo».
Mi lasci usare il gergo giornalistico: siete sul pezzo?
«Proviamo sempre a essere sul pezzo. È ovvio che dobbiamo studiare sempre l'evoluzione dei fenomeni e, ogni volta, farne tesoro per le varie attività d'indagine».