Il Film Festival
Emile Hirsch: «Sono stato fortunato, Penn e Tarantino artisti incredibili»
L’attore a Taormina ha ricevuto l’international award
Sembra avere gli stessi occhi disarmati e disarmanti di Cristopher McCandless, una sorta di San Francesco degli States che alle certezze del consumismo preferisce Thoreau e Jack London vivendo (e morendo) "Nelle terre selvagge". Solo che ai tempi di "Into the wild" il film di Sean Penn che ne impalmò il talento, Emile Hirsch aveva 22 anni. Oggi ne ha 41 ma lo sguardo da eterno detective dell’esistenza è lo stesso. Nel frattempo, c’è stato un putiferio di film per il cinema e la tv. Al Taofilmfest ha ricevuto l’International Award ma è qui anche per la sua mostra. Pittore, sissignore, oltre a cantautore e doppiatore.
La tela è un’altra isola del tesoro, Hirsch?
«Disegno e pittura equivalgono a pura meditazione, è come essere mago e pubblico allo stesso tempo. Vedere un dipinto che viene alla luce, scegliendo toni, stile, struttura, è un’eccitazione unica. Da attore di solito si recitano parole ed idee degli altri, dipingere non ha né ruoli né regole, davanti alla tela bianca puoi fare qualunque cosa».
Sergio Castellitto la diresse in «Venuto al mondo», com’è stato confrontarsi su campo?
«Nonostante fosse estremamente espressivo, Castellitto lasciava uno spazio enorme alla mia creatività e se esitavo, emotivamente, mi esortava a non aver paura. Ma conosceva il “dentro” e il “fuori” di un attore e ti “dimostrava” la scena con un’esuberanza incontenibile. Al ristorante gli capitava di entusiasmarsi a tal punto da saltare sul tavolo urlando le battute!».
Due volte “compagno di strada” di Sean Penn, la prima “sotto” la sua regia, la seconda da partner in "Milk". Intesa e sodalizio in un sol colpo.
«Sono stato fortunato ad essere nel posto giusto al momento giusto. Sean è un artista incredibile, stare con lui è stata un’opportunità senza limiti».
Fare un bis anche con Quentin Trantino dopo «C’era una volta a Hollywood»?
«Non voglio essere ingordo o presuntuoso da candidarmi a tutti i costi. Quentin è sorprendentemente specifico in ciò che ti chiede, è diretto e poetico nel modo di descrivertelo. Quando si girava una scena, mi chiedevo come facesse a sapere sempre quale fosse il tuo ‘take’ migliore, per non parlare della sua conoscenza enciclopedica del cinema. Senza tema di smentite, credo che lui e Scorsese siano gli unici registi veri a vantare un sapere sconfinato, sentirlo parlare di cinema era come trovarsi in prima fila, ti sciorinava titoli di film che avevo visto da ragazzino. Ed era di una socievolezza non comune: se durante le riprese ci vedeva parlare di film e ridere, si avvicinava immediatamente a chiedere “Di che state parlando?”. Non è uno per suo conto a farsi le sue cose, è un grande comunicatore».
Prendo in prestito il nome del suo ruolo, Cleve Jones, l’amico fedele di Harvey Milk, primo politico statunitense dichiaratamente gay, militante per i diritti agli omosessuali poi assassinato (ovviamente) dal suo oppositore, Dan White, che si era dimesso qualche giorno prima. Era la fine degli anni ’70. Oggi in Usa i Cleve Jones sono la maggioranza o…?
«È una domanda forse al di sopra della mia percezione della realtà ma credo che le cose siano decisamente cambiate da allora».
Positivamente?
«Positivamente, sì. Il riconoscimento dei diritti degli omosessuali è una meta raggiunta, oggi. Poi, tra ‘haters’ e ‘doubters’, ciascuno conserva la sua opinione, negli States e in tutto il pianeta. Ma i Cleve Jones sono molti di più, adesso, il tabù è solo un ricordo. Oggi sempre più spesso la gente dice: ok, è omosessuale e allora?». Oremus.
di Carmelita Celi