Amendolara
Braccianti bruciati vivi: il video shock mostra i killer bloccare le portiere. Il racconto del superstite
Due connazionali fermati per quadruplice omicidio. Il racconto choc di un afghano scampato al rogo: «Prima la benzina, poi l'accendino». Lollobrigida: «Vite umane non sono oggetti»
Una trappola d'inferno, spietata e calcolata nei minimi dettagli. È quella scattata domenica mattina nel piazzale di un distributore IP lungo il vecchio tracciato della Statale 106, tra Amendolara e Roseto Capo Spulico, costata la vita a quattro migranti — tre afghani e un pakistano — che lavoravano come braccianti agricoli nella Sibaritide. A meno di trentasei ore dalla scoperta dei loro corpi carbonizzati all'interno di un minivan, l'inchiesta ha già una svolta decisiva: due cittadini pakistani sono stati fermati con le gravissime accuse di omicidio plurimo e pluriaggravato.
Il superstite: «Prima la benzina, poi l'accendino»
C'è un testimone oculare della strage. È un cittadino afghano che viveva insieme alle vittime a Villapiana, comune a pochi chilometri dal luogo del massacro, rintracciato e intervistato dal TgR Calabria con le braccia ancora fasciate per le ustioni riportate nel tentativo di fuga. Il suo racconto, in un italiano stentato ma inequivocabile, ricostruisce la dinamica del delitto con una precisione agghiacciante.
Secondo il superstite, alla base dell'omicidio ci sarebbe una disputa sui soldi del trasporto: i due pakistani poi fermati pretendevano un pagamento che le vittime si rifiutavano di corrispondere. A quel punto, la ritorsione si è trasformata in un'esecuzione: i due hanno cosparso di benzina l'abitacolo del minivan e vi hanno gettato dentro un accendino, bruciando vivi i quattro occupanti. Il sopravvissuto è riuscito a salvarsi rompendo un finestrino.
Il racconto dell'uomo aggiunge un'ulteriore dimensione di orrore al quadro investigativo. I pakistani, ha riferito, minacciavano lui e gli altri braccianti con coltelli e pistole per costringerli a lavorare senza retribuzione: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì, ma i soldi no». Ha parlato di una «grande mafia del Pakistan» che gestiva con la forza il lavoro nei campi.
Il video che ha incastrato i killer
A confermare la ricostruzione del superstite sono le immagini incontrovertibili del sistema di videosorveglianza della stazione di servizio. Il filmato documenta in modo agghiacciante l'esecuzione: si vedono chiaramente due uomini armeggiare sul retro del minivan, bloccare le portiere dall'esterno per impedire qualsiasi via di fuga, e poi appiccare il fuoco. La fiammata devastante non ha lasciato scampo ai quattro braccianti.
Le immagini hanno suscitato profonda indignazione anche nelle istituzioni. «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell'umanità. Disumani», ha scritto sui social il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, rilanciando il video.
Il fermo nella notte
I due presunti autori del massacro sono stati intercettati e bloccati dagli investigatori a Villapiana nella serata di domenica. Condotti alla Questura di Cosenza, hanno subìto un lungo interrogatorio da parte della Squadra Mobile. Al termine, la Procura della Repubblica di Castrovillari ha emesso il decreto di fermo.
Il Procuratore Capo Alessandro D'Alessio ha elogiato la rapidità dell'intervento: «Merita di essere evidenziata la professionalità delle forze dell'ordine che, operando in perfetto e lodevole coordinamento tra di loro, e seguendo le direttive della Procura, sono state in grado di individuare, a brevissima distanza temporale dai fatti, i soggetti gravemente indiziati». Le indagini, ha precisato, «sono tuttora in corso al fine di accertare compiutamente i fatti e le eventuali responsabilità». I dettagli saranno illustrati mercoledì 3 giugno alle 16:00 in una conferenza stampa presso la Questura di Cosenza.
Lollobrigida: «Nessun luogo d'Italia in cui si possa decidere quando una vita finisce»
Da Roma è arrivata la reazione del ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, che ha definito le notizie dalla Calabria «di estrema gravità». «Non esiste luogo d'Italia in cui si possano considerare vite umane degli oggetti di cui disporre o, peggio ancora, decidere quando questi possano vivere o morire. Non è solo contro le nostre leggi, ma è contro la nostra morale», ha dichiarato, assicurando di confidare nell'operato della magistratura.
Il ministro ha anche rivendicato le misure del governo contro il caporalato: l'introduzione della clausola di condizionalità sociale che esclude dai fondi pubblici le aziende irregolari, l'aumento dei flussi di lavoratori stagionali regolari e il ricorso alle tecnologie di contrasto al crimine. «Questo avvenimento può scoraggiare, ma non ci deve fermare», ha concluso.
Esclusa la pista della 'ndrangheta
Fin dai primi rilievi, gli inquirenti avevano scartato sia l'ipotesi dell'incidente sia quella della criminalità organizzata locale. La 'ndrangheta, pur con la sua presenza capillare sul territorio, non opera alla luce del sole in luoghi così frequentati e monitorati come un distributore sulla Statale 106. Il racconto del superstite ha confermato quella lettura: il delitto affonda le radici nel sistema di sfruttamento e sopraffazione che regola, nell'ombra, il lavoro nei campi della Calabria jonica.