PONTIDA
Il video dei funerali di Bossi, dagli appalusi per il Senatùr alla contestazione contro Salvini: «Molla la camicia verde»
All'abbazia di San Giacomo l'ultimo saluto al fondatore della Lega. La piazza scandisce "bruciare il tricolore" mentre le cariche dello Stato entrano in chiesa. Castelli: "L'eredità tradita"
Pontida, ore dieci di mattina. Le camicie verdi sono già centinaia, schierate dietro le transenne davanti all'abbazia di San Giacomo come in un raduno che nessun statuto aveva convocato. Foulard, bandiere con Alberto da Giussano, t-shirt con il volto del Senatur. E i cori, quelli di sempre: Roma ladrona, il Nord non perdonà, Padania liberà. Come se il tempo si fosse fermato agli anni Novanta, quando quella liturgia sembrava destinata a riscrivere la geografia politica del paese.
Non era un comizio. Era un funerale. Ma a Pontida, per Umberto Bossi, la differenza non ha mai contato granché.
Alle dodici è cominciata la cerimonia all'abbazia. Prima ancora, però, la piazza aveva già detto la sua su chi fosse gradito e chi no. Matteo Salvini — vicepremier, segretario federale, erede designato o usurpatore secondo i punti di vista — è arrivato con la compagna Francesca Verdini, camicia verde d'ordinanza abbinata a completo nero, spilla dorata di Alberto da Giussano sul rever e fazzoletto verde nel taschino: un esercizio di equilibrismo cromatico che nemmeno i simboli hanno salvato. Dal fondo della folla qualcuno ha urlato molla la camicia verde, qualcun altro vergogna. I contestatori erano militanti del Partito Popolare del Nord, la formazione fondata da Roberto Castelli, ex ministro e fedelissimo della prima ora.
Castelli, a margine della cerimonia, non ha usato perifrasi: «La Lega di Salvini non è la Lega. L'eredità di Bossi è stata tradita da quel partito lì». Poi ha aggiunto un dettaglio che suona come un atto d'accusa: «Con l'arrivo di Salvini in via Bellerio era proibito il verde, lo posso testimoniare senza tema di smentita. Quella roba lì è un altro partito».
Giorgia Meloni è arrivata con Antonio Tajani. L'accoglienza della piazza è stata affidata a un coro: secessione, secessione. Qualche applauso, poi l'ingresso in chiesa. Il protocollo ha tenuto. La piazza, meno.
Al termine della cerimonia, mentre il feretro usciva dalla chiesa accompagnato dalla famiglia e dalle più alte cariche dello Stato, la folla ha intonato abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore. Giancarlo Giorgetti — ministro dell'Economia, uomo di sistema, figura che incarna meglio di chiunque altro la distanza tra la Lega di oggi e quella delle origini — ha preso il microfono e ha chiesto cortesemente alla piazza di tacere, per consentire al parroco di recitare l'eterno riposo. La piazza ha obbedito. Per un momento.
L'ultimo atto si è consumato al pratone, il prato dove dal 1990 si svolge l'annuale raduno dei militanti. Lì è stato portato il feretro, accompagnato da un corteo guidato da Giorgetti e da Renzo Bossi, il figlio del Senatur. Salvini era presente, visibilmente commosso. I cori di Padania libera si sono ripetuti più volte.
Bossi ha cambiato il modo di pensare dei padani, ha detto Castelli, «ha risvegliato una coscienza di popolo». Forse. Di certo ha lasciato una festa in eredità — e una lite sull'eredità. Entrambe, oggi, erano a Pontida.