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L'eredità di via D'Amelio, le parole di Mattarella per Paolo Borsellino: Palermo si ferma per commemorare la strage

Il Capo dello Stato ricorda il sacrificio del giudice e della scorta esortando a combattere il cancro mafioso partendo dalle scuole e dai giovani. La cerimonia alla caserma Lungaro

19 Luglio 2026, 11:29

12:51

Il 19 luglio non è una data qualunque nel calendario della Repubblica. A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, l’Italia si ferma in un silenzioso e doveroso raccoglimento per ricordare il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

A indicare la rotta morale e istituzionale di questa giornata sono le parole vibranti del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha rammentato con ferma lucidità come Paolo Borsellino “pagò con la vita il proprio impegno di magistrato” e come i componenti della scorta siano ormai “iscritti per sempre nella memoria della Repubblica”.

Nessuna concessione alla retorica nelle riflessioni del Quirinale, che rinnovano la vicinanza ai familiari delle vittime e a quanti, dentro le istituzioni, difendono la comunità dal “cancro mafioso”.

L’analisi del Capo dello Stato travalica l’istante della tragedia e abbraccia l’eredità civile, etica e giudiziaria lasciata da Borsellino insieme all’amico e collega Giovanni Falcone: i due magistrati palermitani sono “simboli della riscossa civile del Paese”.

Grazie alla loro straordinaria professionalità e al coraggio ostinato, diedero impulso a maxi-processi fino ad allora inimmaginabili, consegnando allo Stato “nuovi e più avanzati strumenti nella lotta alle mafie”.

Ma la vittoria più alta non si misura solo in aula: la traccia più feconda, sottolinea Mattarella, è nella “cultura di legalità” seminata con passione, soprattutto tra i giovani, per insegnare che “la logica mafiosa va contrastata fin dai comportamenti quotidiani e dalla scuola”, pilastro della “coscienza democratica” del Paese.

Questo affidamento morale alle nuove generazioni accomuna le massime cariche dello Stato. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricordato l’impatto devastante e insieme trasformativo di quella domenica d’estate, spiegando che il 19 luglio ha segnato in modo indelebile non solo la storia nazionale, ma anche la sua vita personale.

Lascito di Borsellino, ha insistito, sono il coraggio, l’amore per la Patria e una fiducia profonda nei giovani. Citando un celebre monito del magistrato, la premier ha richiamato l’idea che, se la gioventù saprà negare il consenso, “anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”, rinnovando l’impegno a non arretrare nella lotta alla criminalità organizzata.

A Palermo, la memoria diventa anche pungolo per il presente. Dal luogo della strage, il segretario regionale del Pd Sicilia, Anthony Barbagallo, dialogando con i giovani dell’antimafia, ha evocato la statura morale di Borsellino, fedele servitore dello Stato persino quando alcune istituzioni “gli avrebbero voltato le spalle”.

Richiamando le parole del presidente della Corte d’appello, Antonio Balsamo, Barbagallo ha rilanciato l’estremo auspicio del giudice: fare dell’antimafia un “movimento culturale e morale” che faccia respirare ai ragazzi “la bellezza del fresco profumo della libertà”.

Da questo luogo di dolore – un “mausoleo civile”, dove il giudice Caponnetto disse sconfitto che “era finito tutto” – deve ripartire una spinta etica inarrestabile. Da qui l’affondo sull’attualità isolana: contro “l’illegalità diffusa” e le derive corruttive e clientelari. “Fuori da ogni ipocrisia: è insopportabile”, ha tuonato, vedere chi oggi tace sugli scandali pur avendo detto di essere sceso in politica sull’onda di via D’Amelio.

La città ha vissuto momenti di composta e profonda commozione al reparto scorte della Caserma Lungaro. Alle 10.30, sotto un sole implacabile, il silenzio è stato spezzato soltanto dalle note del trombettiere della Polizia di Stato durante la deposizione di una corona.

Un parterre istituzionale di primo piano – dalla presidente dell’Antimafia Chiara Colosimo al vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, dai vertici della polizia a numerosi magistrati – ha fatto da cornice alla presenza più dolorosa: familiari e superstiti. Tra loro Antonio Vullo, l’agente scampato alla deflagrazione, i parenti di Claudio Traina, la moglie del caposcorta di Falcone, Tina Montinaro, e Giuseppe Costanza.

In questo clima solenne, il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, ha richiamato le coscienze, ricordando che il sacrificio di via D’Amelio “ci impone un impegno che non si esaurisce nella memoria”.

Pur riconoscendo i progressi giudiziari, ha evidenziato le ombre che ancora permangono: “la ricerca della verità su quella strage resta un dovere morale e istituzionale”.

Le sentenze hanno fissato responsabilità decisive, ha detto, “ma sappiamo che rimangono ancora interrogativi aperti”. Il suo monito finale è il filo che unisce il Paese in questo anniversario: “una democrazia non può considerarsi pienamente in pace con se stessa finché non ha il coraggio di cercare fino in fondo la verità”, un dovere irrinunciabile verso le nuove generazioni per dissipare ogni pagina oscura di quella stagione.

Le immagini dalla caserma Lungaro sono di Alice Cocorullo