Il mistero
Caccia agli UFO, il Pentagono apre gli archivi: il mistero dello Utah e i video che fanno discutere
La sesta tranche dei file governativi declassificati riporta alla luce il filmato di Tremonton del 1952 e il nodo mai sciolto dei casi irrisolti
Gli Stati Uniti compiono un ulteriore passo nella trasparenza sui fenomeni aerei non identificati. Il 18 settembre 2026 è stata diffusa la sesta tranche di archivi governativi dedicati a UFO e UAP. L’operazione rientra nel programma PURSUE (Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters), avviato l’8 maggio 2026 per rendere fruibile al pubblico un ampio corpus documentale proveniente da forze armate, comunità d’intelligence, FBI, NASA, Dipartimento dell’Energia e Dipartimento di Stato. Come ha precisato il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, il rilascio non rappresenta un traguardo conclusivo, bensì una tappa di un ciclo divulgativo tuttora in evoluzione.
Tra i dossier appena declassificati torna in primo piano uno dei episodi più discussi della storia dell’ufologia statunitense: l’avvistamento del 2 luglio 1952 nei pressi di Tremonton, nello Utah. In quella circostanza Delbert C. Newhouse, sottufficiale della Marina e fotografo militare in viaggio con la famiglia, riprese con una cinepresa da 16 millimetri un gruppo di punti luminosi in movimento. Il filmato mostra piccoli bagliori che si spostano in un cielo privo di elementi di riferimento — edifici, rilievi o nubi — una carenza di contesto che impedisce di stabilire con esattezza distanza, velocità e dimensioni degli oggetti, lasciando un inevitabile margine d’incertezza.
Nonostante le analisi svolte all’epoca dall’Air Force e le valutazioni del Robertson Panel del gennaio 1953 — che ipotizzarono riflessi o stormi di uccelli, come gabbiani — il caso di Tremonton rimase classificato come “non risolto in modo definitivo”. Tale espressione non implica un’origine extraterrestre, ma segnala l’assenza di dati sufficienti a corroborare in modo inconfutabile una spiegazione convenzionale. Fra i materiali di maggiore rilievo figura anche la registrazione di una presentazione del 1952 del capitano Edward J. Ruppelt, figura centrale del Project Blue Book e a cui si attribuisce la diffusione del termine unidentified flying object. Ruppelt spiegò che, su circa 800 segnalazioni allora esaminate, attorno al 20 per cento consisteva in rapporti attendibili forniti da osservatori qualificati che gli investigatori non erano riusciti a chiarire.
Nelle fasi successive del Project Blue Book (1947-1969), su un totale di 12.618 segnalazioni raccolte, i casi non identificati scesero a 701 (circa il 5,6%), senza che emergessero minacce alla sicurezza nazionale o indizi di tecnologie aliene. La linea ufficiale delle attuali autorità investigative resta improntata al massimo rigore metodologico.
Nel suo rapporto storico del 2024, l’AARO (All-domain Anomaly Resolution Office) del Pentagono ha ribadito di non aver riscontrato alcuna prova che confermi la natura extraterrestre degli UAP o l’esistenza di programmi governativi segreti dedicati alla retroingegneria di velivoli alieni. I fascicoli declassificati evidenziano come la gran parte dei casi irrisolti derivi soprattutto dalla scarsa qualità dei dati e dall’assenza di sensori adeguati, sottolineando l’urgenza di standardizzare le procedure di rilevazione in prospettiva futura.