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Quale Sicilia costruire (tutti insieme) oltre la pandemia e il Recovery Plan

Di Redazione
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Il piano e la missione del Recovery fund sono chiari. In particolare il piano di rilancio per l’Italia si gioca su assi di intervento e su obiettivi che disegnano con chiarezza le declinazioni di futuro possibile, immaginabile: verde, digitalizzato, inclusivo, equo.

È un’opportunità per le regioni, per la Sicilia, sulla quale abbiamo provato a confrontarci, ad aprire un dibattito che andasse oltre le mura delle istituzioni, che, ancora in questo momento, sono alle prese con la presentazione di progetti coerenti con gli obiettivi e con le linee di intervento europee. Abbiamo incontrato pareri, opinioni, idee interessanti e innovative ed è accaduto che -come alle volte può succedere quando lo sguardo va oltre la contingenza - ci siamo resi conto che la grande sfida non è solo e tanto l’impiego il più funzionale possibile di quel fondo in coerenza con le indicazioni europee, piuttosto è il tipo di sguardo che si lancia sull’opportunità del Recovery, che deve essere a lungo termine, sistemico e deve generare una rottura, una sorta di salto capace di frantumare schemi, abiti mentali e pratiche disfunzionali e consolidate che rendono la Sicilia arretrata e sempre più deserta.

Quello che è emerso in maniera evidente dalle cose dette, ma soprattutto non dette e che non possiamo dire (perché per immaginarle ci vuole qualcosa in più che carta e penna: ci vuole confronto e capacità di lettura del territorio, rilevazione dei bisogni, piani di fattibilità, per esempio) è che la Sicilia è un deserto demografico, democratico, produttivo- nel quale, però, qualche fiore riesce a mettere radici e crescere, seppure a fatica. Ci sono esperienze produttive, iniziative di collaborazione, modelli di raccordo tra pubblico e privato, pratiche di rigenerazione del territorio che necessitano di guardarsi in faccia, di confrontarsi e fare parte di un’unica esperienza di costruzione dell’idea di Isola che può, per esempio, diventare - prima in Europa - carbon-free abbandonando le fonti energetiche fossili; che può diventare attraente per gli investimenti perché dotata di una infrastruttura di cablaggio fra le più consistenti in Europa; che può contare su una ricchissima biodiversità e una varietà di paesaggi che la possono rendere terreno di sperimentazione per nuove forme dell’abitare, del produrre all’insegna della sostenibilità e della qualità delle relazioni tra persone e tra ambiente e persone.

Ecco, forse serve una rete, un punto di raccordo, uno snodo che faccia dialogare persone, discipline, esperienze e sperimentazioni. L’urbanistica e l’architettura stanno al centro di questa visione, perché gli spazi e la loro concezione interferiscono sulle esistenze: spazi virtuali, integrati e sostenibili nei quali tecnologia e filosofia possano incontrarsi. Si tratta di capire, cioè, non solo che cosa vuole diventare la Sicilia, ma anche chi - come Siciliani e Siciliane - immaginiamo di volere e potere essere, quale salto di qualità culturale e di mentalità siamo disposti a fare.

È evidente che dentro questo processo, l’idea di istruzione e formazione diventa centrale, è lì che deve essere fatto l’investimento più significativo di risorse, se si vuole davvero agire e trasformare la cultura. Ed è un percorso che deve mettere al centro, nel meridione, la questione occupazionale giovanile e femminile, perché il deserto siciliano in questo momento riguarda soprattutto l’assenza delle donne e dei ragazzi nel mondo del lavoro come nella rappresentanza, un potenziale lasciato inerte e al quale abbiamo follemente e colpevolmente rinunciato.

Certo è che non ci sono scorciatoie, non si può trattare di un’operazione di maquillage, piuttosto di un capovolgimento di prospettiva, nel quale - a nostro avviso - bisogna avere il coraggio e la fantasia di mettere al centro parole nuove che producano tagli, cioè nuove forme del vivere e del pensare: parole come potere, ambizione e cura.

Possiamo tornare a dirci, allora, - senza paura di essere fraintesi - che il potere di cambiare, di incidere, di decidere è un potere che dobbiamo riprenderci attraverso la capacità di proposte e percorsi che condividano visione e valori; che il nostro compito è alzare l’asticella, è ambire ad un luogo, uno spazio nel quale sia possibile crescere, vivere, lavorare, rimanere; che , infine, ambizione e potere si tengono nel loro significato generativo solo se questa isola diventa “casa”, che rimanda all’idea di cura, di ospitalità, di luogo nel quale sia possibile una qualità del vivere soddisfacente, un posto dove andare e nel quale tornare.

Un’ultima cosa, essenziale, non se ne può fare a meno, una pre-condizione più che una condizione: bisogna crederci, risolutamente crederci.

* Ecologia, Comunità e Occupazione in SIcilia

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