16 febbraio 2026 - Aggiornato alle 01:33
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L'Ottava

Catania saluta Sant'Agata, Moraglia: «la fede che vince la violenza e ferma la lava»

L'"intima" processione in Piazza Duomo chiude le celebrazioni agatine. L'arcivescovo Renna annuncia il programma dei festeggiamenti di Agosto

12 Febbraio 2026, 20:37

21:50

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Oggi Catania saluta Agata. Stasera, in occasione dell'Ottava, si è svolta la tradizionale messa solenne in Cattedrale che chiude le celebrazioni agatine. Protagonista del sentito momento liturgico, che anticipa il giro in piazza Duomo della Santa, è stata l'omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia. «Desidero innanzitutto ringraziare l’Arcivescovo Luigi per il cortese invito e con Lui saluto le autorità civili e militari, i confratelli nel sacerdozio, i diaconi, le persone consacrate e voi fratelli e sorelle, figli e figlie di questa splendida terra siciliana. Siamo qui riuniti non solo per ricordare una santa, a conclusione delle celebrazioni della sua solenne festa annuale, ma per affermare un legame indissolubile - un vero patto di fedeltà - che unisce la città di Catania a sant'Agata, per i devoti catanesi e siciliani detta Ajita o Agatina o Agatella.  Sant’Agata non è solo una figura storica, cara ai catanesi; sarebbe ancora troppo poco. Agata è l'anima stessa di questa città, il suo spirito vivo, la sua grande protettrice, la figlia prediletta».

    «Prendo spunto - ha detto il Patriarca - dal testo del Vangelo di Matteo appena proclamato perché Agata - con la sua vita e la sua morte - ne ha fatto l’esegesi fedele e convincente. Le parole di Matteo sono chiarissime: ”…quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt, 10-19.20). Gli anni in cui Agata visse e diede la sua bella testimonianza di battezzata ci conducono ai difficili primi secoli dell’era cristiana. Siamo in Sicilia nel III secolo ed è in corso la persecuzione di Decio (250-251 d.C.), la prima persecuzione condotta in maniera sistematico dal potere imperiale. Ai cristiani viene chiesto di offrire agli dei sacrifici pubblici per ottenere, così, il libello (ossia l’attestato che non sono cristiani). Ciò a cui si mira è l'abiura, ossia la resa del cristiano, non il martirio; è una scelta politico-religiosa che mira a ripristinare le antiche tradizioni di Roma e a compattare l’impero ormai in via di dissoluzione. Tale persecuzione fu voluta dall'imperatore per ricostituire l'unità religiosa attraverso l’antico culto pagano. Ma, nonostante la sua crudeltà, la persecuzione fallì nel suo intento di soffocare il cristianesimo che, al contrario, si consolidò ulteriormente.  Il potere imperiale – come detto - non mirava a fare martiri, anzi voleva evitarli. Roma puntava a fare degli apostati: questa era la sua vera vittoria. Così fece con Agata e, poco dopo, con Lucia, ma in entrambi i casi fallì. E con loro altri cristiani e cristiane diedero la stessa testimonianza».

    L'omelia continua: «L'impero romano, con la sua forza – vigeva la legge del più forte: le Legioni -, costringeva i cristiani ad adorare le divinità pagane e a prestare culto all’imperatore a cui si dava il titolo di “Augusto”, “Venerabile”, “Maestoso“, ”Divino”. Innanzi a queste pretese e a questo strapotere la Chiesa e i cristiani apparivano nella loro debolezza come un piccolo gregge indifeso. Ma, proprio all’interno della fragilità umana, abita la forza di Dio. L’apostolo Paolo ne era ben consapevole, come si evince dalla prima lettura di oggi: ”Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?...  Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?... Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,31.35.37). Agata, fanciulla di soli quindici anni, è già consacrata a Dio, si trova a fronteggiare le pretese del proconsole Quinziano, il potere di Roma; è lui l'autorità che dà la vita o morte e che, di volta in volta, assume il volto di chi blandisce, minaccia e ordina. Quinziano è il volto del potere che esprime la crudeltà della cultura pagana che non conosce la misericordia, che non sa cosa sia il perdono e, che, in altre parole, non ha ancora compreso il senso della Croce e di Chi vi è inchiodato. Agata - con la sua giovane età, con la sua fedeltà alle promesse battesimali, con le sue mani disarmate ma che si possono congiungere nella preghiera - rappresenta tutta la debolezza umana e, insieme, la forza della fede che veramente crede alla presenza di Dio che entra nella storia e nella vita degli uomini. Ed è proprio nella debolezza di Agata che fiorisce la forza straordinaria che sa resistere, che non viene meno e che non cede. Il martire sa che la sua offerta - il dono di sé - non è la fine ma il nuovo inizio, anzi, la vera trasformazione. Le torture accettate da Agata - la mutilazione dei seni, secondo la narrazione - non sono gesti di forza del persecutore, ma la confessione della sua impotenza di fronte all’amore più grande di questa fanciulla che ha posto ogni sua risorsa in Dio e sa che la sua unica forza è, appunto, appartenere al Signore. Quinziano, l’uomo forte di Catania, ne uscirà sconfitto. Egli cercherà di spezzare il corpo di Agata ma in questo tentativo disperato non farà altro che consacrarla definitivamente a Dio e renderla segno immortale di speranza per tutti i catanesi e per tutti gli uomini e le donne di buona volontà». 

    Miraglia invita a guardare oltre il razionale: «Il martirio – come detto - non è la fine della vita, ma il passaggio alla vera vita; è la vittoria della debolezza e della fragilità umane sulla forza del potere che non ha regole se non la regola del più forte, ossia l’arbitrio.  Agata ci ricorda ancora che la fede cristiana si basa su una relazione personale di fiducia nei confronti di Dio che ci dona e si dona in Gesù Cristo; è un'esperienza che va ben oltre la conoscenza razionale e che la porta a vivere secondo l'esempio di Cristo, ossia nella sequela e nell’amore verso il prossimo, avvertendo la fiducia in Dio e traducendola in una realtà filiale che si dispiega in un cammino che coinvolge l'essere e il fare dell’uomo. Agata non crede solo che Dio esiste ma si "affida" a Lui, specialmente quando sente vacillare la fiducia in sé e nelle sue risorse ritrovando forza nella grazia che viene da Dio. Dio è infinito e trascendente, ma anche intimo a ciascuno di noi; è la dimora nei credenti. L’apostolo Paolo aveva insegnato ai Corinzi due secoli prima: ”Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1Cor 3,16). Agata è consapevole di ciò, soprattutto quando le forze umane vengono meno e sono impari ai tormenti. L’autenticità della fede si manifesta nella vita concreta e nelle opere.  La fede cristiana che Agata ha vissuto è la fede nel Signore Gesù, vero Dio e vero uomo, sposo della Chiesa e di ogni anima umana. La fede che Agata ha vissuto è una relazione indissolubile, un'adesione che seppur basata sulla volontà è, però, preceduta e sostenuta dalla grazia divina. La fede cristiana vive, insomma, nell'equilibrio tra la consapevolezza di essere fragili, deboli e la certezza della forza di Dio, in Cristo, che trasforma la vita interiore ed esteriore di ogni uomo e donna.  Con questa fede il cristiano partecipa di un sapere che gli consente di vedere oltre le cose che si posseggono o si pensa di possedere. L'appartenere al mistero di Cristo è più che possedere i beni del mondo e il martire sa che il vero discepolo cristiano appartiene a Cristo fino al dono totale di sé. Così Cristo vive nella persona fragile del martire che invita ad affidarsi totalmente a Dio, donandosi e non cercando possessi e appoggi umani ma ritrovandosi pienamente nel dono di sé.  L'essere di Cristo, il partecipare al suo mistero, ha valore infinito di fronte al possesso delle cose terrene. Agata ha fatto suo questo principio scegliendo la fedeltà a Cristo fino al dono totale di sé, fino alla morte, rifiutando ogni compromesso. Ecco allora che l'Eucaristia, in cui Cristo dona pienamente se stesso, senza nulla trattenere per sé, è il modello e la sorgente di questa vita di donazione piena e totale, Secondo tale logica comprendiamo come il nome di sant’Agata di Catania sia entrato a far parte della preghiera del Canone Romano (a partire dal V o VI secolo)». 

    Il patriarca accomuna Agata alla forza primordiale della lava dell'Etna: «In conclusione, possiamo dire che Catania è Agata e Agata è Catania! La citta di Catania è, infatti, testimone e beneficiaria della fede e dell’amore di Agata. E quando la lava dell'Etna, simbolo di una forza primordiale e distruttiva minacciò la città, fu proprio il velo di Agata - che aveva vinto la forza primordiale e distruttiva di Quinziano – portato in processione a fermarne miracolosamente il corso.  Questo, per chi vuol vedere, è il segno di un amore reciproco e di un legame; di fronte ad Agata la lava si ferma e la città viene salvata. È il trionfo della fede incarnata in una giovane martire, è la vittoria della preghiera che intercede sulla forza distruttiva della violenza. Oggi, quando ci troviamo dinanzi alle sfide della vita, al dramma delle guerre, al dramma della violenza nelle nostre città, tra i nostri giovani, nelle famiglie, contro le donne, ricordiamoci di Agata e delle sue mani disarmate, pronte a congiungersi in preghiera anche per noi oggi. Ricordiamo, inoltre, che la vera forza non è nella violenza, ma nella resistenza e nella fede capace d’amare e, con l’aiuto di Dio, a perdonare. Anche qui, anche oggi, la debolezza può risultare invincibile.  Agata ci invita, dunque, a non cedere alle tentazioni del mondo e a difendere la nostra fede con coraggio; è bello sapere d’esser protetti da questa giovane donna, poco più che adolescente, divenuta la patrona invincibile di Catania».

    Al termine del pontificale, l’Arcivescovo di Catania Luigi Renna ha annunziato che a presenziare le celebrazioni per il nono centenario della traslazione delle reliquie di sant’Agata, sarà il Legato pontificio, un Cardinale designato da papa Leone XIV nei prossimi mesi.

    Il giorno 16 agosto 2026, il Legato pontificio presiederà una veglia di preghiera nel piazzale del castello di Aci Castello, laddove, secondo una tradizione, le reliquie approdarono, con la partecipazione anche del Vescovo di Acireale  mons. Raspanti e di altri Vescovi. Alle prime luci dell’alba del 17 agosto, dalla rotonda di Via del Rotolo in Catania, muoverà la processione con le reliquie che giungerà in Cattedrale, laddove il Cardinale presiederà il pontificale per la festa della traslazione. Infine il 18 agosto l’Arcivescovo Luigi concluderà con la celebrazione Eucaristica, l’anno giubilare agatino. Lo stesso Arcivescovo ha annunziato che nel periodo estivo, in data da precisare, ci sarà l’ostensione pubblica delle reliquie di Sant’Agata e che nel frattempo si provvederà alla pulizia del busto reliquiario da parte di esperti inviati a Catania direttamente dai Musei Vaticani, sotto l’alta sorveglianza della Santa Sede.