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Sant'Agata, ceri e devozione: cosa c'è dietro lo sforzo dei devoti

La storia più antica racconta dell'utilizzo delle torce di cera per illuminare la processione del 4 febbraio che durava fino a sera. Ma la tradizione dei ceri portati in spalla racconta anche altro

Catania - Dietro ai ceri accesi in onore di Sant'Agata c'è molta storia e anche qualche motivo pratico. Le fiamme delle torce, così come quelle delle candelore si usavano infatti per uno scopo preciso: illuminare la processione agatina del 4 febbraio che durava fino alla sera. Per questo le candelore sono anche chiamati cerei. Prima dell'attuale «vestito» barocco, esse infatti non erano altro che grosse e alte colonne di legno all'interno delle quali era collocato, appunto, un grosso cero.


Ovviamente, però, dietro candele, ceri, torce e torcioni portati dai devoti, in qualche caso pesanti fino a duecento chili, c'è dell'altro. La cera, infatti, ha rappresentato, fin dal sedicesimo secolo, la forma più antica di devozione a Sant'Agata. Tanto da convincere don Alvaro Paternò, autore del cerimoniale dei festeggiamenti a regolare l'offerta della cera, per esempio ratificando il dono da parte delle autorità civili attraverso una cerimonia che si tenne prima il 2 e poi stabilmente il 3 febbraio. «L'offerta della cera», appunto, che vede ancora oggi muovere la carrozza del Senato da piazza Duomo fino a piazza Stesicoro dove si forma il corteo che porta le autorità religiose e civili e gli ordini cavallereschi fino in Cattedrale. Un percorso che andava allora dalla «Porta di Jaci» fino in Cattedrale attraverso una «strada dritta» che fu chiamata appunto «Luminaria».


Non basta: nei giorni di febbraio tutta la chiesa celebra la Festa della Candelora come volle il Pontefice Sergio I nel 700 d.C. per contrastare altre feste pagane, le sfilate sfavillanti del Carnevale, che spesso ricorre proprio nei giorni di Agata.
Infine: candele, torce e ceri per adempiere un voto, per dire grazie alla Santa. Un voto che va consumato con la fatica di reggere pesantissimi oggetti per chilometri, ma anche con il fuoco che suggella una promessa. Grazie ricevute che i «devoti della cera» amano raccontarsi l'un con l'altro in grandi cerchi che si formano spontaneamente, nei giorni della processione, nei luoghi dove lo spazio lo consente. Le grandi torce accese delimitano il «cerchio sacro» all'interno del quale i devoti esprimono come sanno le loro emozioni, il loro dolore, la gioia di avere ricevuto l'aiuto dell'amata Patrona.


Una manifestazione di fede, insomma, da parte dei devoti, che nonostante una grande opera di sensibilizzazione da parte della Chiesa, non riesce a trovare altre strade. Una manifestazione di fede che comunque necessita qualche modifica. E' difficile conciliare storia, devozione, tradizione e sicurezza, ma è necessario provarci.

Video di Orietta Scardino

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