Una volta Dino Meneghin ha detto che per lui lo sport è il modo per diventare tutto ciò che possiamo essere. La nostra versione migliore: forti, intelligenti, generosi, battaglieri. E un’altra volta gli ho sentito dire che lui ha lottato per vincere le partite non solo per sé, o per l’allenatore, o per i tifosi. L’ha fatto per il compagno che in allenamento lo marcava fino allo sfinimento, e poi in partita restava in panchina. Quello che gli passava l’asciugamano nei minuti di sospensione. Quello che lo andava a trovare all’ospedale in una delle innumerevoli volte in cui s’era rotto qualcosa. Dino giocava e vinceva per lui per risarcirlo del talento che non aveva e del riflettore che non lo illuminava, perché oltre di chi brilla alla luce le squadre sono fatte di chi lavora nell’ombra, e lo fa mettendoci tutto se stesso come se da quello dipendesse la vittoria o la sconfitta.
Dino Meneghin compie domani 75 anni, e a chi gli ha giustamente detto che è un monumento dello sport italiano ha risposto di lasciar perdere, perché i monumenti attirano i piccioni. Con i suoi modi ironici e smitizzanti, e al contrario il suo esempio serio e determinato, Dino Meneghin ha ispirato generazioni di ragazzi alla pallacanestro, della quale a 30 anni dal ritiro è ancora il miglior giocatore espresso dal nostro Paese. Giocava pivot, il ruolo destinato ai più alti e prestanti, lì dove all’epoca le squadre italiane mettevano lo straniero - quasi sempre un americano - perché nell’Italia del boom gli armadi nostrani scarseggiavano, gli effetti di un’alimentazione ricca e sana sarebbero emersi più avanti. Dino invece era un ragazzone cresciuto all’aria aperta nella campagna bellunese, un atleta naturale cui il suo primo allenatore, il professor Nico Messina a Varese, stentava a credere. Tra Varese, Milano, Trieste e Nazionale giocò più di 1100 partite spalmate su 28 anni, e in ciascuna di queste si trovò a dover marcare l’avversario più grosso dei rivali, molto spesso più grosso di lui che con i suoi 205 centimetri era ben messo, ma non un colosso. Ebbene, Dino li fregava con la velocità, insospettabile in un uomo di quella stazza, e una scelta di tempo di miracolosa efficienza. C’è una palla a due decisiva, negli ultimi secondi della finale di coppa dei Campioni Olimpia-Maccabi del 1987, che Meneghin deve affrontare pur non potendo letteralmente saltare perché i crampi se lo stanno mangiando. E infatti Dino non salta, ma il tempismo col quale riesce a deviare ugualmente la palla verso il compagno Barlow è qualcosa di commovente. La prova che in qualsiasi situazione, per quanto difficilissima, è possibile fare la cosa giusta. Quella che ti fa vincere, o almeno ti dà la consapevolezza di averci provato in ogni modo. “Sono uno che ogni volta ha dato tutto”, dice di sé Dino. Fra le frasi motivazionali appese da Helenio Herrera nello spogliatoio della Grande Inter, ce n’è una che lo riecheggia: chi non ha dato tutto, non ha dato niente.