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Pochi centimetri ma un veleno iper potente: ecco la rana freccia il killer (a sua insaputa) di Putin
Uno studio di Stanford spiega come i dendrobatidi ottengono veleni dalla dieta e li neutralizzano con serpine plasmatiche, mentre l'alcaloide è al centro del caso Navalny
L’epibatidina, la neurotossina che, secondo cinque Paesi europei, avrebbe causato la morte di Alexei Navalny in una colonia penale siberiana, è associata alla famiglia dei dendrobatidi, le cosiddette rane freccia originarie del Sud America.
Questi anfibi sono considerati i vertebrati più velenosi conosciuti, più di qualunque specie di serpente. Il loro secreto tossico ricopre la pelle come una sottile pellicola lucida, che accentua l’intensità di colori già sgargianti.
In Ecuador, alcune comunità indigene raccolgono questo veleno per impiegarlo nella caccia.
L’epibatidina agisce sul sistema nervoso, provocando paralisi muscolare e arresto respiratorio, con esito potenzialmente letale.
Le rane freccia si distinguono anche per le dimensioni minute — pochi centimetri — e per livree vivide, dal rosso all’arancione, al giallo, fino a un blu elettrico, caratteristiche che ne rendono arduo il mimetismo.
Gli scienziati sottolineano che tali tossine non sono prodotte direttamente dagli anfibi, ma vengono acquisite attraverso la dieta, in particolare consumando insetti contenenti alcaloidi nocivi.
Un recente studio guidato da Aurora Álvarez-Buylla dell’Università di Stanford e dal suo team ha individuato un sofisticato meccanismo con cui le rane freccia neutralizzano gli alcaloidi senza esserne danneggiate. La chiave risiede in specifiche proteine disciolte nel plasma sanguigno: le serpine, un’ampia classe di molecole che operano soprattutto come inibitori delle proteasi a serina, enzimi coinvolti in processi cruciali quali la coagulazione del sangue, la risposta immunitaria e l’infiammazione.
