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l'intervista

Il 14enne pestato dal branco , la denuncia di un padre-coraggio: «Catania ha dimostrato la parte peggiore di sé»

«Lo grido al mondo intero quello che è accaduto fra l’omertà e l’indifferenza della gente in via Etnea»

Francesca Aglieri Rinella

06 Gennaio 2026, 00:05

Il 14enne pestato dal branco , la denuncia di un padre-coraggio: «Catania ha dimostrato la parte peggiore di sé»

«Quando l’ho raggiunto in ospedale mi ha abbracciato, stava malissimo. Mi ha detto papà ho paura...». Inizia così il racconto fatto da Roberto Di Silvestri, 50 anni, papà del ragazzino di 14 anni picchiato da una baby gang nel tardo pomeriggio di sabato in piazza Stesicoro. «Con le ultime energie che aveva - dice a La Sicilia - è riuscito a contattare al telefono mia moglie, chiedendole aiuto. Lei mi ha chiamato piangendo e in preda al panico, era disperata. Io disarmato, arrabbiato, sconvolto, indignato».

Ha scelto di postare su Facebook le vistose ferite, un gesto coraggioso e il cuore colmo di dolore...

«Lo grido al mondo intero quello che è accaduto, perché questa storia diventi virale e serva da monito: non può, non deve accadere che un ragazzino di 14 anni passeggi lungo via Etnea con un compagno di squadra, perché lui gioca a calcio e venga aggredito con calci, schiaffi e con un tirapugni al volto. La gente deve sapere quello che accade a Catania, città omertosa. Dov’è la sicurezza? Mentre mio figlio veniva percorso la gente allargava il raggio di camminata, forse per paura di essere coinvolta. Non è accettabile tanta violenza e non è accettabile in un pomeriggio di inizio gennaio vedere la gente che passa e se ne sta alla larga, si gira dall’altra parte mentre due ragazzini, mio figlio e un altro, vengono picchiati brutalmente. Un atto insensato che ha colpito non solo mio figlio, ma tutta la città».

Una rabbia che non le ha fatto perdere la lucidità...

«Alla violenza non si risponde con altra violenza, ma è chiaro che un padre che vede ridotto così un figlio sarebbe disposto a tutto. Io a un certo punto non ero più in grado di controllare la rabbia, ma mi sono trattenuto per mia moglie, per i miei figli, per la mia famiglia».

Come sta suo figlio?

«Male. Rischia di perdere l’occhio per sempre. C’è il 30% di possibilità che non riesca a vedere più per il distacco di retina. È ricoverato in ospedale, al San Marco, in condizioni devastanti. Ha subito un primo intervento chirurgico e dovrà essere sottoposto a una nuova operazione».

Cosa le ha raccontato?

«Con un compagno della squadra di calcio stava raggiungendo gli altri giocatori e stavano facendo strada quando sono stati accerchiati da questa baby gang - c’erano circa 10-11 persone alcune extracomunitarie, altre italiane - e sono stati picchiati in maniera inaudita, senza una motivazione plausibile. L’altro ragazzo è riuscito a svincolarsi dal gruppo, mentre mio figlio è stato bloccato e massacrato con un tirapugni. Mi ha raccontato di non averli mai visti, di non sapere chi fossero. Mio figlio è un ragazzino educatissimo, calmo. Sono stato contattato da uno dei componenti del branco, ma io con lui non ho voluto parlare, ho parlato con il padre che ha cercato di giustificarlo dicendomi che non centrava nulla. Le assicuro che chi ha sbagliato dovrà pagare, non farò sconti ad alcuno».

Qual è l’appello che si sente di fare?

«Questa città ha dimostrato la parte peggiore di sé. Non si può continuare così. La sicurezza va messa in atto diversamente, non basta una camionetta dell’esercito all’angolo della strada, una volante della polizia o una gazzella dei carabinieri. Servirebbero magari più agenti in borghese. Non basta un soldato al fronte se poi ci sono entrate per varcare il confine. Questi ragazzi non hanno più valori, è questo il problema».