INFRASTRUTTURE
Diga Valentino, l’ultima scommessa sull’acqua in Sicilia: progetto, dubbi e numeri dell'opera
A Chiusa Sclafani prende forma l’idea di un nuovo invaso per il fiume Verdura, mentre il M5S apre il fronte politico: “Senza manutenzioni e senza comunità al tavolo, non si risolve la crisi”
L’acqua scorre nei torrenti Valentino, Landro e Fosso dei Mulini: scende, curva, confluisce nel Sosio e poi nel Verdura. Una parte di quell’acqua finisce comunque in mare. In mezzo a un’isola che disperde oltre la metà di ciò che immette in rete, l’idea di fermarne una quota con una nuova diga suona insieme necessaria e controversa. È il progetto dell’invaso “Valentino”, tornato oggi al centro dell’agenda della Regione Siciliana e dell’Assemblea regionale. Perché a Palermo, accanto ai documenti tecnici, sono arrivate anche le carte della politica: un’interrogazione della deputata regionale del **Movimento 5 Stelle, Cristina Ciminnisi, che chiede conto di scelte, metodi e tempi. E mette una domanda semplice e spiazzante al tempo stesso: una nuova diga, da sola, può curare una rete che perde il 51,6% dell’acqua che trasporta?
Che cos’è la diga “Valentino” e dove sorgerà
Il progetto è quello di un nuovo invaso artificiale nel territorio di Chiusa Sclafani (Palermo), a cavallo con l’Agrigentino, concepito per “regimare” le acque del Verdura (e dei suoi affluenti) e destinarle soprattutto all’irrigazione dell’intero comprensorio agricolo. La Regione Siciliana ha reso noto che l’idea ha superato una prima ricognizione di valutazioni idrologiche e idrauliche preliminari; ora si passa alla fattibilità tecnica e alla stima dei costi. Gli studi sono stati affidati, su incarico del Dipartimento Acqua e rifiuti guidato dal dirigente generale Arturo Vallone, a uno studio di ingegneria esterno. L’area individuata coincide con la stretta gola che dà il nome al progetto, “Valentino”, nei pressi della frazione di San Carlo, dove i torrenti si raccolgono verso il Sosio/Verdura.
Non è un’idea nata ieri. Il tracciato di massima di un invaso nell’area circola da decenni: risale almeno alla fine degli anni ’90 un primo studio di fattibilità che ipotizzava una capacità oltre i 30 milioni di metri cubi e un bacino imbrifero di circa 40 km². Nel tempo il dossier è rimasto in stand-by, rientrando e uscendo dalle priorità regionali. L’attuale procedura riapre quel cassetto, con un linguaggio aggiornato e, soprattutto, con la siccità che bussa molto più forte di allora.
L’interrogazione M5S: reti colabrodo e invasi fermi, “basta propaganda”
Nel pieno di questo rilancio, la deputata regionale Cristina Ciminnisi (M5S) ha depositato un’interrogazione all’Ars per chiedere al governo regionale chiarimenti sul perimetro del progetto “Valentino”: obiettivi, costi, impatto ambientale, tempi e — soprattutto — coerenza con lo stato dell’arte del sistema idrico siciliano. La tesi dei 5 Stelle è netta: l’emergenza idrica non si spegne a colpi di annunci di nuove dighe se non si interviene in parallelo su reti di distribuzione obsolete e su invasi esistenti da mettere in sicurezza e riportare a piena funzionalità. Nel mirino, oltre alle perdite record, i ritardi e le criticità gestionali che negli ultimi anni hanno caratterizzato impianti come la diga Garcia e la diga Trinità.
Nel merito, i parlamentari M5S all’Ars Adriano Varrica e Luigi Sunseri richiamano un punto politico e metodologico: l’assenza — o la scarsa qualità — di un coinvolgimento strutturato delle comunità locali e degli agricoltori nelle fasi preliminari. Una lacuna, sostengono, che rischia di minare il consenso sociale sull’opera e di produrre progetti tecnicamente ambiziosi ma poco aderenti ai fabbisogni reali del territorio, a partire dai calendari irrigui, dagli schemi di consegna e dall’integrazione con la rete degli invasi esistenti (Castello, Raia, Gammauta). È lo stesso schema che, secondo i pentastellati, ha già generato distorsioni in altre partite infrastrutturali e finanziarie regionali.
I numeri che spiegano la crisi: dove si perde l’acqua in Sicilia
La dispersione idrica resta il convitato di pietra di qualunque ragionamento. I dati Istat indicano che in Sicilia nel 2022 le perdite nella distribuzione hanno toccato il 51,6%, pari a circa 340 milioni di metri cubi sfumati tra condotte, valvole e contatori: più della metà. È uno dei valori peggiori in Italia, con Sud e Isole mediamente sopra il 50% e picchi oltre il 60% in vari capoluoghi. Non stupisce allora che nel 2023 quasi tre famiglie su dieci nell’Isola abbiano denunciato irregolarità nell’erogazione, e oltre una su due preferisca non bere l’acqua del rubinetto. Un quadro che nel 2024-2025 si è ulteriormente acuito in diversi territori, con turnazioni e razionamenti più frequenti.
Dentro questa cornice, la stagione 2025 ha fotografato a Trapani una crisi simbolica: la diga Garcia virtualmente a secco e turnazioni allungate, con la partenza solo in autunno del dissalatore (circa 100 l/s), mentre i sindaci hanno chiesto altri due impianti e una commissione d’inchiesta regionale sugli svuotamenti estivi dell’invaso. L’emergenza è rientrata a fine novembre 2025 grazie a interventi tampone (interconnessioni, nuovi pozzi, riparazioni mirate, riavvii), ma il segnale resta allarmante: infrastrutture fragili, gestione a tratti incoerente, e reti che disperdono.

Perché la “Valentino” torna adesso: siccità strutturale e agricoltura in affanno
La Regione Siciliana, guidata dal presidente Renato Schifani, ha rimesso sul tavolo la carta degli invasi come risposta alla siccità che negli ultimi anni ha tagliato rese agricole, aumentato i costi e reso instabile l’approvvigionamento idropotabile. L’assessore all’Energia Francesco Colianni ha rivendicato l’avvio delle procedure per la diga Valentino come un atto di programmazione: “recuperare grandi quantità di risorse idriche” a favore delle aziende agricole in sofferenza, sostenendo l’economia locale. È un messaggio che incontra l’attesa di molti agricoltori della Valle del Sosio-Verdura, strette tra caldo più lungo, precipitazioni irregolari e costi di pompaggio crescenti. Ma che si misura, allo stesso tempo, con il contesto di reti colabrodo e invasi sottoutilizzati.
Le domande ancora aperte: tempi, costi, iter ambientali, governance
- Quanto grande sarà la “Valentino”? Le prime ricognizioni non fissano ancora una capacità di invaso definitiva. Le ipotesi storiche parlavano di oltre 30 milioni di m³, ma dal nuovo studio di fattibilità dovranno emergere alternative tecniche e un quadro costi-benefici aggiornato.
- Come si integrerà con gli invasi esistenti (Castello, Raia, Gammauta) e con gli schemi irrigui del comprensorio? È un punto cruciale per evitare duplicazioni, colli di bottiglia e “acqua prigioniera” per mancanza di condotte efficienti.
- Quale sarà il percorso autorizzativo? Serviranno Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), verifiche paesaggistiche e un confronto con la Rete Natura 2000 dove pertinente: un iter che, se ben progettato e condiviso, può ridurre il contenzioso e i tempi morti.
- Chi farà cosa nella gestione? La cabina di regia dell’emergenza ha mostrato che, senza una governance chiara tra Regione, Consorzi di bonifica, Siciliacque, Comuni e gestori del Servizio idrico integrato, le scelte sui rilasci possono diventare terreno di scontro, con conseguenze pesanti per città e campagne.
Coinvolgere i territori: la lezione (anche economica) della partecipazione
La richiesta di coinvolgimento lanciata da Adriano Varrica e Luigi Sunseri non è un dettaglio procedurale. Senza una vera coprogettazione con agricoltori, consorziati, sindaci e portatori d’interesse, i rischi sono concreti: infrastrutture dimensionate male, cronoprogrammi che non dialogano con i cicli colturali, costi e tariffe percepiti come iniqui. L’esperienza recente in Sicilia mostra come la scarsa trasparenza sulle scelte di invaso e rilascio generi sfiducia e, alla lunga, inefficienza. Pianificare la Valentino con tavoli pubblici, dati aperti e patti di territorio può anticipare problemi progettuali e tagliare anni di contenziosi.
Nuove dighe o manutenzioni? La vera alternativa è “e… e”, non “o… o”
La contrapposizione “nuove dighe vs riparazione delle reti” è spesso fuorviante. In una regione che perde il 51,6% dell’acqua, riparare le condotte e sostituire i tratti ammalorati è la forma di “nuova risorsa” più rapida e meno impattante. Ma nelle aree interne con forti escursioni stagionali e colture a alto fabbisogno idrico, il modulo invasi resta una leva importante — a condizione che sia accompagnato da: una riduzione sistematica delle perdite (monitoraggi, distretti, smart metering, ricerca perdite); interconnessioni tra schemi idrici per fronteggiare i guasti e redistribuire la risorsa; riuso spinto delle acque reflue depurate per l’irrigazione; mix dinamico con dissalatori nelle zone costiere, come sta accadendo nel Trapanese (circa 100 l/s già attivi), evitando che il dissalamento diventi un alibi per rinviare le manutenzioni.
È qui che la “Valentino” deve dimostrare di essere utile, non solo nuova: se integra davvero la rete, se aumenta la resilienza del sistema, se riduce la dipendenza dalle piogge di un singolo bacino, se porta più acqua alle aziende agricole senza sottrarla alle utenze civili nelle fasi critiche.