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Il ciclone Harry, l'abusivismo sulle spiagge e la soluzione delle barriere a mare: una proposta radicale per la ricostruzione

Legambiente, numeri alla mano, mette in discussione alla base il modello economico su cui si fondano molte comunità: autorizzare solo strutture davvero rimovibili

18 Febbraio 2026, 13:47

santa teresa ciclone harry

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C'è un altro modo di osservare e valutare la devastazione che ha causato il ciclone Harry in Sicilia. È radicale, mette in discussione alla base il modello economico su cui si fondano molte comunità e in estrema sintesi avanza una proposta: non ricostruire quello che è andato distrutto, perché il mare si è semplicemente ripreso quello che era suo e che l'uomo negli ultimi decenni gli ha sottratto. A proporlo è Legambiente, in un report pubblicato ieri che guarda soprattutto al futuro e critica in primis quella che da più parti viene vista come la principale soluzione al problema: realizzare barriere frangiflutti di fronte a tutta la costa ionica. Venerdì si inizierà già a fare in uno degli epicentri del disastro: Santa Teresa di Riva. «Così non si risolve il problema dell'erosione - afferma l'associazione ambientalista - si sposta soltanto un po' più a Nord o un po' più a Sud». 

IL CASO DI SANT'ALESSIO È DAVVERO UN MODELLO VIRTUOSO?

Nelle ultime settimane si è parlato molto del caso di Sant'Alessio Siculo come esempio virtuoso, dove le opere recentemente realizzate - la barriera soffolta e una radente al muro della strada con massi cementati che occupa circa sette metri di spiaggia - avrebbero «salvato il paese» dalle onde record, almeno in rapporto alle conseguenze viste nei Comuni limitrofi.

Eppure, denuncia Legambiente, così facendo «si è consolidato il lungomare a scapito della sabbia, ignorando le due cause reali dell'erosione: il deficit sedimentario dei fiumi e l’irrigidimento della costa». Non solo. I massi cementati sulla riva avrebbero «accentuato l’effetto riflettente e non consentono alla spiaggia di riformarsi. Dopo il ciclone Harry - continua l'associazione - anche la barriera radente è stata danneggiata al punto che, come ha dichiarato il sindaco di S. Alessio - la Protezione Civile ha previsto la collocazione di nuovi massi sulla spiaggia. Nella narrazione di stampa e degli amministratori, la barriera sommersa di Sant’Alessio avrebbe salvato il paese. Eppure da quando l’opera è stata consegnata, nei primi mesi del 2024, in occasione delle uniche due mareggiate più significative ha subito danni per milioni di euro indipendentemente dal ciclone Harry».

Già nel 1994, proprio in riferimento alla situazione di Sant'Alessio, un verbale della Commissione Tecnica Regionale ribadiva l’urgenza di un cambio di rotta: «Si evidenzia un progressivo arretramento del litorale causato dall’occupazione delle aree sabbiose mediante strada lungomare e piazzette, nonché dal mancato apporto solido dall’incanalamento del torrente Salice e dell’imbrigliamento del torrente Agrò». Lanciando l'allarme rimasto inascoltato: «Il mantenimento del lungomare e delle piazzette determinerà la scomparsa del litorale sabbioso. L’intervento di salvaguardia non può che essere eventualmente compreso nell’ambito di un ampio programma a medio-lungo termine che comunque preveda l’eliminazione di tutte quelle opere che occupano i litorali ed esercitano un’azione di riflessione del moto ondoso, ne esaltano l’azione erosiva accentuando il fenomeno di regressione della spiaggia».

LA BARRIERA SOFFOLTA A SANTA TERESA DI RIVA

Il caso di Sant'Alessio rischia di fare scuola per il 77% delle spiagge siciliane soggette a rischio erosione. Venerdì a Santa Teresa di Riva verranno consegnati i lavori - dal valore di 8 milioni di euro - per realizzare 14 pennelli di rocce vulcaniche da spalmare su tutto il fronte lungomare, con blocchi distanti circa 200 metri l'uno dall'altro, e il ripascimento della spiaggia che nel tempo si è via via ridotta fino ad arrivare ai minimi storici dopo l'eccezionale mareggiata di gennaio. Per l'evento dovrebbe anche arrivare il governatore Renato Schifani

Legambiente sottolinea in premessa che il lungomare del Comune rivierasco «è stato realizzato direttamente sulla spiaggia e “arricchito” da piste ciclabili e piazzole protese verso la battigia. Durante il ciclone, queste infrastrutture hanno agito da incudine contro il martello delle onde, provocando crolli strutturali del tutto prevedibili: le mappe del Piano di assetto idrogeologico indicavano già queste aree come zone a rischio elevato (R4)». L'associazione denuncia il rischio che questo intervento inneschi una reazione a catena di aggravamento dell'erosione sui Comuni limitrofi, a cominciare da Furci Siculo. «I pennelli, infatti, hanno la funzione di catturare e di bloccare il trasporto litoraneo della sabbia. Questo blocco di sedimenti verrà ad incidere sul bilancio sedimentario del litorale sottoflutto spostandovi l’erosione».

Come in realtà già successo un po' più a Nord, tra le frazioni a mare di MessinaSanta Margherita, Galati Marina e Mili Moleti. Per difendere la spiaggia di Santa Margherita, a partire dal 2006 è stata realizzata una barriera soffolta su un progetto redatto dal Genio Civile di Messina. «Il risultato? - ricorda Legambiente - La spiaggia di Santa Margherita è cresciuta in profondità per tutta la lunghezza della scogliera sommersa e via via che i sedimenti venivano intrappolati, nel litorale adiacente di Galati Marina si innescava l’erosione a causa della mancata alimentazione di sabbia provocata dall’effetto trappola dell’opera di “difesa” realizzata a S. Margherita. L’erosione così si è spostata “sottoflutto” (verso Messina), colpendo a catena i litorali a Nord».

Si è corso dunque ai ripari a Galati Marina con la realizzazione di una nuova barriera che «sta generando la necessità di un’ulteriore opera e così via, fino a raggiungere la località di Mili Moleti. Il risultato è la creazione di un degrado sistemico che costa milioni di euro e che sta portando alla distruzione di chilometri di costa naturale».

LE SOLUZIONI RADICALI

Che fare, quindi? Le soluzioni avanzate dall'associazione ambientaliste sono drastiche e sicuramente impopolari: non ricostruire nello stesso posto quanto è stato distrutto; non dare ristori a chi ha occupato la spiaggia ignorando il rischio; rendere assoluto il rispetto della fascia di 150 metri dal mare e demolire tutte le opere abusive in quest'area; finanziare l’arretramento volontario degli immobili danneggiati; utilizzare solo opere rimovibili o adattabili, rinunciando a strutture rigide che riflettono le onde; ricondurre alla loro funzione di passeggiata lungomare le attuali strade tangenziali in frangia alla spiaggia; pianificare un riassetto della viabilità a monte; riattivare la capacità di trasporto dei sedimenti da parte dei corsi d’acqua; autorizzare strutture per la balneazione e per le attività connesse solo effettivamente rimovibili a fine stagione; rilasciare le concessioni sono se i Comuni hanno approvato un regolare PUDM (Piano di utilizzo del demanio marittimo); rimuovere tutti i sottoservizi (acquedotti, fognature, metano) dalle spiagge e dalle aree soggette a erosione meteo-marina.

Un piano complesso, che invita a ripensare totalmente la fruizione dei litorali e programmare di conseguenza le azioni immediate e future. Ma da cui probabilmente dipende il futuro delle spiagge siciliane.