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Il caso

«Non spegnere i riflettori sulla morte di Elisabeta», la salma ancora sequestrata

Officina Rebelde: «Silenzio delle istituzioni insopportabile» Molti gli interrogativi aperti: nuovi atti nel fascicolo della Procura

13 Marzo 2026, 01:29

07:26

«Non spegnere i riflettori sulla morte di Elisabeta», la salma ancora sequestrata

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Fino a dieci anni fa Elisabeta era una ragazza come tante altre. Aveva un profilo social in cui caricava selfie, dove dichiarava il proprio amore a un uomo. Parlava di progetti. E anche di sogni. Poi il silenzio l'ha ingoiata. Fino al giorno del rinvenimento del cadavere nel rudere di via Cristoforo Colombo. Le ferite da taglio ritrovate sul corpo nudo di Elisabeta Boldijar per l'autopsia sono morsi di cane.

Ma c'è chi continua a gridare che è stata ammazzata. Un testimone, intervistato a volto coperto da LiveSicilia e che sarebbe stata acquisita dagli investigatori, racconta una storia agghiacciante dove si intersecano vendette legate al mondo della droga e alla frequentazione di una crack house. Che "Adele" - così la chiamavano gli "inquilini" dell'ex consorzio agrario - avesse problemi di dipendenza da crack è venuto fuori immediatamente. L'intervistato avrebbe avuto informazioni dirette da un'altra persona. Anche la prostituta incontrata da La Sicilia il giorno dopo il ritrovamento del corpo parlava di violenza. Mai di randagi. «Adesso ho paura anche io», diceva anche lei facendo riferimento al crack. «Io ho problemi di cuore e quindi faccio uso di marijuana», aggiungeva. Il mondo della droga è vicinissimo al rudere diventato la tomba di Adele. Siamo nel cuore degli Angeli Custodi: via Grimaldi, via Del Principe, via Stella Polare, via Villascabrosa. Sono i luoghi dello spaccio che dalla strada è stato portato dentro le case videosorvegliate. Ma ora saranno le indagini a chiarire se davvero ci sia un collegamento con la tragedia di via Cristoforo Colombo. La salma di Elisabeta è ancora sotto sequestro.

Una donna è morta. E nessuno urla o si indigna. Il Csa Officina Rebelde ha attaccato degli striscioni dedicati a Elisabeta-Adele. Ieri mattina alcuni turisti si fermavano a leggere in via Cristoforo Colombo, incuriositi dai fiori e dai cartelloni. «Penso che il silenzio delle istituzioni sia insopportabile, la vicenda di Elisabeta svela quanto sia vaga e ipocrita la narrazione che questa città fa di se stessa. Catania sempre più sicura, prospera, futura capitale della cultura. Di quale città parliamo? Elisabeta dimostra - dice Manuela Caltabiano - quanto le istituzioni di Catania siano lontane dai bisogni reali della gente, sorde alle urgenze delle persone più fragili. Continuiamo ad ascoltare una retorica della sicurezza falsa e costosa quanto inefficace. I presidi militari, i posti di blocco, le grandi retate, le telecamere poste in ogni angolo nel quartiere dove ogni giorno Elisabeta era costretta a subire la violenza maschile, non hanno reso la sua vita più sicura, l'hanno spinta a nascondersi. Non l'hanno salvata, l'hanno fatta morire sola. Le nostre istituzioni, arroccate dentro i loro palazzi e dietro i privilegi, devono aprire gli occhi - conclude - sull'enorme crisi sociale che investe questa città».