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il racconto

Che cosa ha detto il pentito di mafia Bernardo Pace nel primo (e ultimo) verbale prima di morire suicida in carcere

Il suicidio in cella a Torino dell'uomo che stava svelando i collegamenti tra Messina Denaro, "zio Paolo" e le infiltrazioni mafiose in Lombardia

19 Marzo 2026, 17:18

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Che cosa ha detto il pentito di mafia Bernardo Pace nel primo (e ultimo) verbale prima di morire suicida in carcere

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Un verbale, il primo e anche l'ultimo e una morte avvolta dal mistero con un tempismo che solleva interrogativi inquietanti. Bernardo Pace, 61 anni, originario di Trapani e figura centrale dell’inchiesta “Hydra” sulle infiltrazioni mafiose in Lombardia, si è tolto la vita in carcere nei giorni scorsi. Un gesto estremo che lascia un retrogusto di possibili ombre, considerando che solo il 19 febbraio 2026, davanti ai pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane della DDA di Milano, Pace aveva deciso di oltrepassare il punto di non ritorno: collaborare con la giustizia. Meno di un mese dopo è stato trovato impiccato in cella.

Condannato il 12 gennaio 2026 a 14 anni e 4 mesi per associazione mafiosa, Pace, conosciuto come “Dino”, aveva scelto di raccontare tutto. “Voglio ripulirmi la coscienza per i miei figli e i miei nipoti, tirarmi fuori da tutta questa faccenda”, aveva dichiarato ai magistrati, manifestando l’intenzione di vivere il tempo che gli restava accanto alla famiglia, lontano dalla mafia, pur sapendo di avere “poco da vivere” a causa di un cancro. A interrompere quelle rivelazioni non è stata la malattia, bensì una morte improvvisa dietro le sbarre.

I verbali del suo primo, e unico, interrogatorio disegnano una geografia del potere mafioso al Nord e dei legami diretti con la cupola siciliana. Pace ha ammesso di appartenere al mandamento di Castelvetrano, definendosi “appartenente solamente al padrino Parrino” (Paolo Errante Parrino, detto “lo zio Paolo”). Proprio attraverso Errante Parrino, il gruppo avrebbe mantenuto contatti con l’ex superlatitante Matteo Messina Denaro. Le comunicazioni, secondo quanto riferito, avvenivano con espedienti sofisticati: videochiamate con la sorella di Messina Denaro durante le quali, mostrando fotografie del latitante, ci si scambiava messaggi in codice.

Pace ha raccontato di quanto i rapporti tra Paolo Errante Parrino, conosciuto come “zio Paolo”, e l’ex superlatitante Matteo Messina Denaro fossero diretti e fondati su una profonda fiducia, costituendo uno snodo cruciale tra i vertici di Cosa nostra in Sicilia e le ramificazioni in Lombardia.

Pace ha precisato nel suo unico verbale di non aver mai incontrato personalmente il boss ricercato, spiegando però di aver appreso questi particolari dal proprio referente. Per mettersi in contatto con Messina Denaro senza destare sospetti, Errante Parrino utilizzava un telefono dedicato con cui effettuava videochiamate alla sorella del latitante. Durante i collegamenti mostrava in video una fotografia di Matteo Messina Denaro, segnale convenuto per indicare la necessità di parlare con lui.

Errante Parrino inoltre confidò a Pace che gli incontri di persona con il superlatitante si svolgevano nel capoluogo lombardo, nello studio legale dell’avvocato Bosco, cognato dello stesso Errante Parrino e oggi deceduto. Il legale talvolta era presente, altre volte no; in ogni caso, Errante Parrino non rivelò mai a Pace finalità e contenuti di quei vertici.

La rete logistica e affaristica attorno a Messina Denaro si avvaleva inoltre di altri mediatori, tra cui l’anziano mafioso Antonio Messina. Attraverso questi intermediari il gruppo manteneva contatti, ad esempio con Gioacchino Amico, e gestiva attività illecite che spaziavano dal traffico di stupefacenti (cocaina, marijuana, hashish) alla compravendita di crediti.

Nel suo interrogatorio, Pace inizialmente ha liquidato tali operazioni come “fesserie”, salvo poi, incalzato dai magistrati, riconoscere che servivano in realtà a generare ingenti profitti.

Pace stava per svelare il funzionamento del “sistema”: un patto economico-mafioso che saldava gli interessi di Cosa Nostra, ’Ndrangheta e del clan romano dei Senese.

Sul tavolo dei magistrati aveva portato anche un elenco di segreti scottanti: dalla “lupara bianca” che avrebbe inghiottito Tano u Curtu (Tano Cantarella), di cui sosteneva di conoscere mandanti ed esecutori perché informato dallo “zio Paolo”, ai consistenti traffici illeciti — crediti falsi e cocaina — gestiti dall’intermediario Antonio Messina per conto di Messina Denaro. 

Pace ha precisato di aver appreso queste informazioni direttamente dal suo superiore, Paolo Errante Parrino, detto “lo zio Paolo”. La confidenza, avvenuta una sola volta, si sarebbe svolta nel ristorante di Pace alcuni mesi dopo la “discovery” dell’inchiesta “Hydra” — scattata il 25 ottobre 2023 — quando iniziarono ad arrivare le carte e le notifiche dei Carabinieri.

Non solo affari “tradizionali”. Pace ha raccontato come le cosche ripulissero ingenti capitali mediante una rete di fatture fittizie orchestrata in combutta con organizzazioni criminali cinesi. “Ci servivano 200.000 euro, si facevano tre o quattro fatture da 50, 60, 70 e arrivavano i contanti”, ha spiegato con agghiacciante naturalezza. Come se non bastasse, si era detto pronto a riferire anche su presunti rapporti tra i clan ed esponenti politici, tanto a livello locale quanto nazionale.

Ai magistrati aveva confidato di muoversi disarmato, pur disponendo di un piccolo arsenale nascosto — una pistola calibro 40 e una con silenziatore — per difendersi dalle continue minacce di morte attribuite a un certo “Gioacchino”, il quale “ci mandava un gruppo di mafiosi al giorno”. Un clima di costante allerta che avrebbe coinvolto anche i fratelli Giovanni e Domenico Abilone; quest’ultimo, tempo addietro, sarebbe stato trovato in possesso persino di un mitragliatore

Il suicidio di Bernardo Pace tra le mura del carcere toglie di mezzo un testimone chiave, privando gli inquirenti di una bussola decisiva per orientarsi nei meandri dell’inchiesta “Hydra”. Resta il pesante interrogativo su come un detenuto di tale rilevanza, appena dichiaratosi collaboratore, abbia potuto togliersi la vita.