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Inchiesta Sanità

Due amici, i "summit" al bar e gli incontri all’Assessorato. La prudenza di Iacolino: «Non scrivere al telefono»

Il manager apre le stanze della Regione al boss favarese Vetro. Le intercettazioni che lo inguaiano e le pressioni per favorire il mafioso

26 Marzo 2026, 07:22

Due amici, i "summit" al bar e gli incontri all’Assessorato. La prudenza di Iacolino: «Non scrivere al telefono»

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«Eravamo quattro amici al bar», cantava il maestro, recentemente scomparso, Gino Paoli. E potrebbe cominciare così il romanzo investigativo, ancora tutto da scrivere, sulle relazioni pericolose e sospette fra l’ex zar della sanità regionale Salvatore Iacolino e il boss favarese Carmelo Vetro. Tutto comincia l’estate scorsa con uno scambio di WhatsApp utile a Vetro per trovare un nuovo gancio nei palazzi della Regione. Perché l’ingegnere Giancarlo Teresi, arrestato assieme al favarese, è in età da pensione. E seppur “graziato” con proroghe su proroghe bisogna trovare un sostituto che potesse favorire affari e amici.

Iacolino si mostra disponibile (per gli investigatori una cordialità fin troppo spiccata) con Vetro. Qualche giorno di chat social e poi il primo “appuntamento” al bar Trinacria di Agrigento monitorato dagli investigatori. È il 14 luglio 2025. Da quel momento i rapporti diventano costanti e alcune volte pressanti da parte del boss favarese. Che chiede favori, incontri, aiutini. E Iacolino, chissà perché, dice sì. Il bar Queto di San Leone ad Agrigento diventa “l’ufficio” dove pianificare strategie. C’è da comprendere se il burocrate, indagato per concorso esterno e corruzione, abbia consapevolezza che quei progetti possano dare benefici a un personaggio che ha una condanna per mafia. E quindi non può trattare con la Pubblica Amministrazione.

Una delle pratiche a cui tiene maggiormente Vetro è quella dell’accreditamento sanitario dell’Arcobaleno di Giovanni Aveni, l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto che sarebbe una sorta di “testa di legno” del boss favarese. «Noi lo facciamo il decreto», assicura Iacolino a Vetro. Il bivio arriva il 26 gennaio 2026. Iacolino, forse stanco delle continue insistenze di Vetro sulla pratica “Arcobaleno”, telefona ai vertici dell’Asp di Messina e irritato urla: «Buttana da miseria, mandamela». Qualche giorno dopo Vetro e Aveni si scambiano sul cellulare lo screenshot di un articolo de La Sicilia, a firma di Accursio Sabella, che annuncia l’imminente trasferimento di Iacolino al Policlinico di Messina. Un incarico che preoccupa il boss favarese che ha paura di rimanere senza punti di riferimento alla Regione. L’unica ansia di Aveni è che il burocrate porti a termine la missione accreditamento. Il 31 gennaio Iacolino e Vetro si vedono al solito bar Queto. Il burocrate cerca di tranquillizzare “l’amico” favarese in merito «all’impegno assunto per tempo», quindi prima del trasloco da Palermo a Messina. Iacolino però si raccomanda con Vetro di non fare riferimenti nel loro assiduo scambio di messaggi: «Non mi scrivere al telefono». Un comportamento che dimostrerebbe - a dire di chi indaga - l’obiettivo di non voler lasciare «tracce».

La situazione pare sbloccarsi, ma per rivedere le ultime cose da limare ci sono anche visite direttamente all’Assessorato alla Salute. Iacolino, d’altronde, apre più di una porta al boss Vetro. Facendo anche da “sponsor” istituzionale per incontri con uomini di peso della macchina regionale. E fra questi c’è il capo della Protezione Civile regionale, Salvatore Cocina. Vetro ambisce ad entrare fra i fornitori dei tanti lavori da fare dopo la devastazione del ciclone Harry. Il settore in cui vuole infilarsi è quello dei rifiuti.

Iacolino sollecita Cocina (che non è indagato, ndr) a ricevere il boss favarese. Una richiesta confermata a La Sicilia dallo stesso dirigente regionale. Ma nell’informativa depositata dai pm di Palermo c’è l’appuntamento fra i due. Un appuntamento recentissimo. È il 12 febbraio quando Vetro si presenta al dipartimento della Protezione Civile, in via Abela Gaetano, a Palermo. I due parlano per 20 minuti. Il trojan nel cellulare di Vetro registra ogni parola o quasi. Cocina vuole intanto chiedere se Vetro, che è assieme al cognato, sia parente dell’imprenditore agrigentino che è coinvolto nell’inchiesta di Cuffaro. Vetro assicura di no: semplice omonimia. Certo dimentica di raccontare i suoi trascorsi. Il direttore generale della Protezione civile sembra rilassarsi e consiglia a Vetro di rivolgersi direttamente a Diego Alongi - nominato commissario - per le questioni legate all’emergenza: «Perché lui ha tutto in mano».

La discussione si accende e i due commentano il periodo “caldo” che vivono le istituzioni siciliane, «caratterizzato dal susseguirsi di inchieste giudiziarie». Discutono anche delle polemiche legate a Iacolino, che avrebbe fatto pesare il suo ruolo anche per “posizionare” i figli. Vetro parla di «vecchia scuola di pensiero». Nella lista degli amici in comune fra Cocina e il favarese c’è anche un ingegnere. E qui si innesca uno scambio di vedute che gli investigatori etichettano come «a dir poco ambigui». Cocina è nostalgico di un certo modo di agire, forse della Prima Repubblica: «Quei tempi... era un po’ più tranquilli». La polizia giudiziaria annota che forse Cocina vuole «spiegare che “... a quei tempi” le attenzioni degli organi inquirenti erano più blande rispetto ad oggi». Cocina, a un certo punto, pare banalizzare il fatto che un dirigente pubblico e un imprenditore possano interloquire «chiedere lavoro» lecitamente. L’interpretazione di poliziotti e Dia è alquanto critica: «per Cocina, dunque, non ci sarebbe nulla di male in questo modo di agire («È lecito chiedere lavoro, no») tuttavia, oggi, chiunque deve stare molto attento («possono sentire»), alludendo alle indagini effettuate con le intercettazioni». Certo non può immaginare che anche lui in quel momento è seguito in diretta dagli investigatori.