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21 aprile 2026 - Aggiornato alle 14:51
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protezione civile

«A Niscemi rischio residuo elevato, non è possibile stabilizzare il versante». Ecco cosa pensano di fare gli esperti per salvare la città

Il terzo report dei tecnici specialisti guidato dal professore Casagli. «No a interventi massivi, ma controllo idrogeologico»

21 Aprile 2026, 12:18

12:27

Niscemi, l'appalto fantasma dietro la frana da 350 milioni di metri cubi

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La frana di Niscemi resta instabile e il rischio dello scivolamento del costone è ancora alto. Il quadro emerge dal terzo report redatto per la Protezione civile dal gruppo di esperti guidato dal professore Nicola Casagli, presidente del Centro per la Protezione Civile dell’università di Firenze. «Il quadro complessivo del sistema franoso permane in uno stato di instabilità evolutiva, con un rischio residuo elevato per l’intero corpo di frana -  si legge nel terzo rapporto sul monitoraggio sulla frana di Niscemi  -  Si raccomanda pertanto di adottare un approccio integrato per la gestione del rischio residuo che combini misure di Protezione civile, monitoraggio strumentale continuo, delocalizzazioni e interventi di mitigazione strutturale, al fine di ridurre progressivamente l’esposizione al rischio del centro abitato e delle infrastrutture».


Un quadro complesso che necessita di ulteriori approfondimenti. «Allo stato attuale - osservano gli esperti - i risultati ottenuti rappresentano un quadro conoscitivo tecnicamente coerente, ma da considerarsi preliminare, in quanto basato sulle conoscenze disponibili fino alla data del presente rapporto. La complessità del fenomeno e la sua evoluzione nel breve termine rendono necessario proseguire con ulteriori indagini e monitoraggi».


Gli esperti sottolineano  che non è possibile mettere definitivamente in sicurezza l’intero versante: «Non è tecnicamente possibile conseguire una stabilizzazione globale», a causa delle dimensioni del fenomeno e delle caratteristiche del terreno. «Le analisi condotte - spiegani - confermano che, a causa delle dimensioni del sistema franoso, della profondità delle superfici di scivolamento e delle caratteristiche geologiche dei terreni coinvolti, non è tecnicamente possibile conseguire una stabilizzazione definitiva dell’intero versante mediante interventi strutturali estensivi. La gestione del dissesto deve pertanto fondarsi su strategie di mitigazione del rischio e su un approccio adattivo, basato sul monitoraggio continuo e sul controllo dei principali fattori di instabilità».

«Uno dei processi attualmente in atto è l’arretramento della scarpata formatasi durante la fase parossistica del movimento. Tale fenomeno rappresenta in parte un’evoluzione naturale del versante verso un nuovo assetto di equilibrio. Gli interventi non devono quindi mirare alla ricostruzione della morfologia originaria, ma piuttosto accompagnare l’evoluzione del pendio attraverso opere di riprofilatura, regimazione delle acque superficiali e protezione dall’erosione» si legge ancora nel report. «Le strategie di mitigazione devono quindi concentrarsi principalmente sul controllo delle acque».


«Nel medio periodo - si sottolinea nel rapporto - gli interventi proposti sono orientati alla riduzione delle infiltrazioni, alla captazione delle emergenze idriche, alla regimazione delle acque meteoriche e alla protezione dall’erosione del piede dei versanti. Nel lungo periodo, solo una caratterizzazione geologica e geotecnica più approfondita potrà consentire la progettazione di eventuali opere strutturali mirate, che tuttavia potranno agire solo localmente e non garantire una stabilizzazione globale del sistema».

Un ruolo centrale - osservano gli esperti - è attribuito alle misure di prevenzione non strutturale, tra cui la gestione adattiva del rischio, l’aggiornamento continuo della zonazione di pericolosità e il controllo dell’uso del suolo. In questo contesto può risultare necessario limitare nuove edificazioni nelle aree più instabili e prevedere la progressiva delocalizzazione delle infrastrutture maggiormente esposte».

«La stabilizzazione definitiva dell’intero sistema franoso» di Niscemi «non è conseguibile mediante interventi strutturali massivi, a causa della complessità geologica, della profondità delle superfici di scivolamento e dell’estensione dei fenomeni. La strategia adottata si concentra pertanto sul controllo delle condizioni idrogeologiche del versante, agendo in via prioritaria sulla riduzione delle pressioni interstiziali e sulla regolazione dei deflussi superficiali e profondi».

E’ la «proposta organica di intervento relativa alla fase iniziale di riduzione del rischio idrogeologico e idraulico» contenuta nel terzo rapporto sul monitoraggio della frana di Niscemi redatto per conto della Protezione civile nazionale dal gruppo di esperti guidati dal professore Nicola Casagli che individuano «per ciascun settore di intervento - corrispondente ai tre principali corpi di frana (Nord, Centrale e Sud), al torrente Benefizio e al centro abitato - le opere da realizzare, le indagini geognostiche propedeutiche alla progettazione esecutiva e un quadro economico di massima».


«Elemento cardine dell’intera strategia - sottolineano gli esperti - è il sistema di monitoraggio continuo e multiparametrico, concepito sia come supporto alla progettazione sia come strumento di verifica dell’efficacia degli interventi secondo il metodo osservazionale. Tale sistema consente una gestione dinamica del rischio, permettendo di adattare progressivamente le soluzioni progettuali all’evoluzione del fenomeno e di aggiornare nel tempo le priorità e le modalità di intervento». 

«In questo quadro - spiegano gli esperti - gli interventi strutturali principali riguardano la realizzazione di un sistema integrato di drenaggio profondo, costituito da gallerie drenanti e campi pozzi di emungimento, finalizzati alla regolazione dei livelli piezometrici nei livelli argillosi e sabbiosi e alla mitigazione dei meccanismi di instabilità. A tali opere si affiancano interventi di regimazione superficiale, tra cui la riprofilatura dei pendii mediante strutture in terra armata con livelli drenanti, la realizzazione di canali di gronda e il ripristino del reticolo idraulico minore, anche mediante tecniche di ingegneria naturalistica».


«Un ruolo centrale - si osserva nel report - è attribuito inoltre alla sistemazione idraulica del torrente Benefizio, attraverso la realizzazione di briglie, opere di difesa spondale e dispositivi per il controllo delle portate, con l'obiettivo di ridurre i processi erosivi al piede dei versanti, riconosciuti come fattore determinante nell’evoluzione dei dissesti. In parallelo, nel centro abitato, sono previsti interventi strategici sulla rete fognaria e acquedottistica, volti a ridurre le perdite e le infiltrazioni che alimentano le circolazioni idriche sotterranee nei corpi di frana».


«Il programma - concludono gli esperti - comprende anche interventi infrastrutturali, tra cui il ripristino della strada provinciale 10, subordinato al miglioramento delle condizioni di stabilità, mentre eventuali azioni sulla provinciale saranno definite solo in esito al monitoraggio dell’evoluzione della Frana Nord».