l'inchiesta
Garlasco, la casa continua a parlare: la svolta di via Pascoli parte dalle scale (e cambia la dinamica del delitto)
La scena del crimine viene riletta con la Bloodstain Pattern Analysis. L'accusa punta sull'impronta 33 e sufasi dell'aggressione mai emerse prima
A diciannove anni dal delitto, la villetta di via Pascoli a Garlasco continua a resistere all’oblio e a sollevare nuovi interrogativi. Le più recenti analisi forensi sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, stanno ridisegnando la scena del crimine alla luce di elementi interpretativi inediti.
Non ci sono confessioni clamorose né armi riemerse dal passato, ma dettagli esaminati con la Bloodstain Pattern Analysis (BPA), metodologia in grado di trasformare un quadro statico in una sequenza dinamica di condotte aggressive. La rilettura dei residui ematici si è concentrata soprattutto sulla rampa che conduce al piano interrato, dove fu ritrovato il corpo della giovane.
In quell’area gli specialisti non hanno scorto un movimento caotico, bensì una progressione coerente di azioni. L’indizio più inquietante proviene dal cosiddetto “gradino zero”, il primo punto di accesso alla scala interna: un’anomalia nelle tracce suggerisce che l’autore non si sia limitato a transitare in fretta, ma si sia fermato, probabilmente per osservare il corpo verso il basso. In termini investigativi la differenza è sostanziale: chi attraversa lascia un segno funzionale; chi si arresta imprime un’intenzione, un comportamento di controllo della scena.
A complicare ulteriormente il quadro vi sono le impronte. La prima è un’impronta di palmo sinistro insanguinato, ritenuta compatibile con la mano di un uomo adulto, il cui valore probatorio dipenderà dal momento in cui è stata apposta: se durante l’aggressione, con sangue ancora fresco, oppure in un contatto successivo.
Ma a far tremare le fondamenta dell’inchiesta è soprattutto la cosiddetta “impronta 33”, evidenziata con ninidrina su una parete della scala. Con una nota del 21 maggio 2025, la Procura di Pavia ha affermato che quella traccia corrisponde al palmo destro di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, individuando “15 minuzie dattiloscopiche”. A rendere il reperto ancor più dirompente è un’indiscrezione giornalistica secondo cui, accanto a quell’impronta, sarebbe stata rinvenuta anche una goccia di sangue della vittima.

Questi sviluppi — insieme alla vecchia traccia di DNA già in passato attribuita sotto le unghie di Chiara — hanno determinato l’iscrizione di Sempio nel registro degli indagati con l’ipotesi di omicidio in concorso. La difesa respinge con forza tale ricostruzione, sollevando obiezioni tecniche sul numero e sulla qualità delle minuzie, sull’assenza del reperto originale e sull’impossibilità di datare con certezza quel contatto.
A rendere più complesso il perimetro probatorio si aggiungono undici impronte ancora prive di attribuzione, disseminate tra l’ingresso e il seminterrato: un’evidenza che suggerisce come la scena di via Pascoli fosse più affollata e stratificata di quanto si fosse ritenuto in passato.
Resta, in ogni caso, intatta la verità processuale già cristallizzata: Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio di Chiara, con sentenza confermata dalla Cassazione nel 2015 e resa impermeabile alla revisione nel 2021. L’indagine su Sempio si colloca dunque accanto al giudicato, senza incrinarlo.
Le nuove ipotesi dovranno reggere al vaglio delle contestazioni tecniche in aula. La vera sfida, oggi, non è trovare il “dettaglio risolutivo”, ma verificare se l’insieme di questi segni sia capace di comporre, finalmente, il mosaico definitivo del giallo di Garlasco.
