lampedusa
La neonata morta per ipotermia, «Abbiamo provato a rianimarla ma era tardi». Nelle stesse ore aperta indagine sulla ong Sea Watch
A Lampedusa una piccola di un mese muore dopo essere sbarcata. A Brindisi agli attivisti che hanno soccorso 166 persone scatta la contestazione di favoreggiamento di ingresso illegale
«La neonata aveva un mese di vita ed è morta per ipotermia. Quando è giunta al Poliambulatorio, il medico rianimatore ha fatto tutte le manovre necessarie che però non sono servite a nulla». A confermare l'ultima tragedia del Mediterraneo è il dottore Francesco D'Arca, responsabile del Poliambulatorio di Lampedusa.
Segni di violenza
La piccola ha viaggiato con altri 55 migranti, sbarcati prima dell'alba di oggi dopo essere stati soccorsi alle 4.30 da una motovedetta della Guardia di finanza. Sette sono donne, venti minori non accompagnati e vengono da Camerun, Costa d'Avorio, Gambia, Guinea, Mali, Nigeria e Sierra Leone. Su alcuni di loro - almeno quattro secondo le prime testimonianza di chi li ha visitati nel triage sanitario che si effettua direttamente sul molo Favaloro - ci sono segni di violenza su braccia e dorso. «Donne e uomini avevano segni di violenza subite prima del viaggio», conferma D'Arca. A chi ha ascoltato il loro racconto hanno detto di essere salpati da Sfax-El Amra in Tunisia alle 2 circa di ieri. Il viaggio, su un barchino di metallo di sette metri, è costato dalle 400 alle 600 euro a persona.
La Procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta dopo la morte della neonata che è arrivata a Lampedusa insieme alla madre e alla sorellina. È stata disposta l'ispezione cadaverica che dovrà confermare l'ipotermia come causa del decesso. La madre sarà sentita per ricostruire i dettagli della traversata e come e quando la bimba ha iniziato a stare male. Al momento ha soltanto riferito che entrambe sono originarie della Costa d'Avorio.
Dopo essere stata dimessa dal punto sanitario dell'isola, la donna, in stato di shock, è stata portata all'hotspot dove le verrà prestata assistenza psicologica. La salma sta per essere trasferita alla camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana. «La mamma e la sorella sono qui in hotspot e stanno bene - spiega Imad Dalil, direttore dell'hotspot - per loro e per le altre persone è stato attivato immediatamente il supporto psicologico e nelle prossime ore l'equipe sanitaria e psicosociale continuerà il suo lavoro».
Il racconto dei sopravvissuti
«Erano a bordo di una barca di ferro - ricostruisce Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della federazione delle chiese evangeliche in Italia - Probabilmente la neonata ha perso la vita dopo il viaggio, perché molte delle persone che viaggiavano con lei non erano a conoscenza di questo decesso, continuavano a dirci che erano molto grate a Dio per essere tutte sopravvissute».
Sulla bimba che non ce l'ha fatta Saccomandi spiega che «viaggiava con la madre e la sorella di qualche anno, erano tutte e tre originarie della Costa d'Avorio. Proviamo un profondo dolore ed esprimiamo profonda vicinanza alla madre, alla sorella e a tutti coloro che conoscevano la piccola, ma soprattutto esprimiamo grande rabbia al pensiero che questa continui ad essere l'unica via di accesso, per tante persone, all'Italia e all'Europa. Gli arrivi dalla Tunisia sono sempre meno e coincidono, quasi sempre, con i periodi di maggiore maltempo. In questo momento - ha sottolineato l'operatrice di Maditerranean Hope - sull'isola c'è molto vento, le onde sono altissime, e proprio per eludere i controlli della cosiddetta guardia costiera nazionale tunisina le persone rischiano tutto e si mettono in mare pur di arrivare in Italia e in Europa».
La Sea Watch indagata appena arrivata a Brindisi

Qualche ora prima, a Brindisi è approdata la nave della ong tedesca Sea Watch, dopo avere soccorso in mare 166 persone in più interventi. Il porto pugliese è quello indicato dalle autorità italiane. Ma ad attendere gli attivisti c'erano agenti della Guardia Costiera italiana e della Polizia che sono saliti a bordo della Sea-Watch 5 per avvisare che sul conto del capitano della nave è stata aperta un'indagine penale con l'ipotesi di reato di «favoreggiamento di ingresso illegale di migranti».
Dopo avere ricevuto l'indicazione del porto, Sea Watch ha effettuato altri soccorsi. Una circostanza vietata dal decreto Piantedosi che obbliga le ong a dirigersi direttamente alla destinazione ricevuta, a migliaia di km di distanza dalle zone Sar, anche se con pochi migranti a bordo, ignorando eventuali altre richieste di soccorso.
«Sono rimasti sul ponte di comando della nave fino a ben oltre la mezzanotte - spiegano dalla ong - hanno sequestrato documenti e attrezzature e hanno condotto due membri dell’equipaggio alla stazione di polizia per un interrogatorio. Per oggi è previsto anche un interrogatorio del capitano». «Mentre lo Stato attacca chi salva vite in mare - continuano gli attivisti - a Lampedusa è arrivata una neonata di un mese, morta tra le braccia della mamma, dopo una traversata di tre giorni. Chi pagherà per questa ingiustizia?».
Gli spari dei libici e i mezzi donati dall'Italia
Prima di arrivare a Brindisi, la Sea Watch è stata oggetto di un attacco nel Canale di Sicilia da parte della guardia costiera libica che avrebbe sparato una raffica di colpi contro l'imbarcazione, scortata da motovedette donate alla Libia dall’Italia nel quadro dell’intesa tra i due Paesi. I militari avrebbero anche minacciato l’abbordaggio e il dirottamento. «Invece di fare luce sulle responsabilità dell’attacco contro i civili sulla nostra nave - dichiara la portavoce Giorgia Linardi - lo Stato prima manda i militari italiani a Tripoli a riparare i motori delle motovedette che compiono azioni criminali in mare, e poi accusa chi ha soccorso vite in mare».

Linardi sottolinea che «nell’episodio di lunedì 11 maggio, l’unità coinvolta era scortata dalla Murzuq 662, una motovedetta donata dall’Italia alla cosiddetta guardia costiera libica nel giugno 2023, nell’ambito del quadro di cooperazione UE-Libia SIBMMIL. Più tardi quel giorno, la Sea-Watch 5 è stata inseguita anche dalla Ras Jadir 648, un’altra nave che l’Italia aveva già ceduto ad attori libici nel maggio 2017, coinvolta in diversi casi documentati di violenza in mare. La società civile nel Mediterraneo è testimone scomoda delle ingiustizie commesse dal governo con i soldi dei contribuenti, e per questo da eliminare».
