Inchiesta assenteismo
"A fare la spesa o dal barbiere e al bar": una cinquantina le contestazioni ai "furbetti" della Reset a Palermo. Ma la Digos sapeva tutto
In un caso, dalla visione delle telecamere di sorveglianza gli investigatori hanno visto uno dei dipendenti indagati coprire la fotocellula del cancello
C'era chi durante l’orario di lavoro andava a fare spesa con la moglie, chi semplicemente tornava a casa, chi andava dal barbiere, chi al bar. Nessuno ovviamente sapeva che la Digos indagava da mesi sull'assenteismo alla Reset, la società partecipata del Comune di Palermo che si occupa, tra l’altro, di pulizia delle spiagge e del verde pubblico.
L’indagine condotta dalla polizia coinvolge nove dipendenti a cui è stato notificato l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e uno che ha ricevuto un avviso di garanzia. Per tutti l’accusa è di truffa aggravata, mentre due rispondono anche di peculato per aver usato l'auto di servizio durante l'assenza dal lavoro. Gli episodi di assenteismo contestati sono una cinquantina.
L’indagine nasce dalla denuncia presentata alla Digos dal presidente della Reset, Fabrizio Pandolfo. Dalla visione delle telecamere di sorveglianza installate nella sede della società in viale Strasburgo, gli investigatori hanno visto uno dei dipendenti indagati, Giuseppe Santonocito, coprire la fotocellula del cancello con un guanto per non farlo richiudere e uscire con l'auto di servizio. L’impiegato è stato immortalato mentre timbrava il badge di una serie di colleghi attestandone la presenza al lavoro.
La Digos ha allora ha piazzato telecamere e effettuato pedinamenti e servizi di osservazioni scoprendo, scrive il gip, "un fenomeno di assenteismo ben strutturato e reiterato, attuato mediante sistematiche condotte di falsa attestazione della presenza in servizio, rese possibili dall'impiego distorto dei meccanismi di rilevazione delle presenze, nonché dall'apporto collaborativo di colleghi compiacenti, inseriti in dinamiche di reciproca agevolazione".
Il giudice parla di «modus operandi consolidato», caratterizzato da prassi condivise e stabilizzate nel tempo, funzionali a garantire una fittizia regolarità delle timbrature e a consentire agli indagati di allontanarsi dal luogo di lavoro per dedicarsi a occupazioni di natura privata, sottraendosi così, in tutto o in parte, alla prestazione lavorativa dovuta.
Particolare rilievo nell’indagine ha avuto la figura di uno degli indagati, Antonino Mercante, supervisore e responsabile della squadra di lavoro, con compiti di coordinamento e «con una collocazione funzionale che - scrive il gip - implicava un più elevato dovere di correttezza, oltre che una particolare capacità di incidenza sull'operato degli altri».