IL PERSONAGGIO
«L’ultima contessa della tv»: addio a Patrizia De Blanck, 85 anni di eccessi, televisione e verità senza filtro
L’annuncio straziante della figlia Giada su Instagram, il silenzio scelto durante la malattia
La porta-finestra di casa, le tende appena mosse dal vento, il telefono che vibra una volta sola: è il post di Giada De Blanck. Un testo lungo, crudo, senza sconti, pubblicato questa mattina. “Questa volta non è bastato”: così la figlia annuncia la morte di Patrizia De Blanck, la “contessa del popolo”, volto-icona della nostra televisione, scomparsa a 85 anni dopo una malattia che la famiglia ha scelto di vivere “nel silenzio e nella riservatezza”. Il messaggio, intriso di dolore (“sono dilaniata”), non è solo un addio: è una dichiarazione di stile, l’ultimo capitolo di una storia pubblica cominciata più di mezzo secolo fa davanti alle telecamere di un’Italia in bianco e nero e proseguita fino alla stagione dei reality, dove Patrizia ha trasformato la nobiltà in linguaggio pop, con quella franchezza che in tv funziona solo se è vera.
Un annuncio che non è cronaca, ma scena madre
L’ufficialità arriva dai social di Giada, che scrive parole durissime e lucide sulla “devastante malattia” della madre e sulla scelta di proteggere tutto e tutti fino all’ultimo, lontano dai riflettori. È il contrappasso perfetto: una vita trascorsa davanti alle telecamere, un epilogo custodito nel pudore. Un gesto che restituisce profondità al personaggio oltre la maschera della tv.
Una biografia più grande della tv
Dietro la definizione rapida – “contessa tv” – c’è un romanzo familiare che sembra scritto apposta per il piccolo schermo. Patrizia De Blanck nasce in una famiglia di radici internazionali: il padre, Guillermo De Blanck y Menocal, fu ambasciatore di Cuba; la madre, Lloyd Dario, ultima discendente della stirpe veneziana collegata a Ca’ Dario, palazzo avvolto da leggende. È una genealogia che mescola geografie, fortune, rovesci storici e un’educazione cosmopolita. Un patrimonio biografico che Patrizia ha sempre portato con sé come un abito talvolta elegante, talvolta volutamente stropicciato.
Gli amori non sono meno cinematografici. A fine anni ’50 sposa il baronetto britannico Anthony Leigh Milne, nozze lampo finite in pochi mesi: una ferita che la stessa Patrizia racconterà con disarmante schiettezza nelle interviste e nei libri.
Negli anni successivi, la relazione con l’imprenditore Farouk El Chourbagi, ucciso nel 1964, incide un’altra piega drammatica nella sua vita sentimentale.
Nel 1971 arrivano le seconde nozze con Giuseppe Drommi, console italiano di Panama: un’unione più lunga e stabile, da cui nel 1981 nasce Giada, la figlia che diventerà la sua più grande alleata nella vita e, a tratti, in tv.
In filigrana si legge una costante: l’intreccio tra destino privato e narrazione pubblica, il modo in cui Patrizia ha scelto di abitare la scena senza mai negare le smagliature del vissuto. È precisamente questa miscela – aristocrazia e imperfezione – che l’ha resa riconoscibile al grande pubblico.
Dallo studio in bianco e nero alle dirette senza rete
A fine anni ’50 Patrizia compare tra le “Simpatiche” di Il Musichiere, il leggendario show musicale condotto da Mario Riva su RAI, all’epoca cattedrale laica del Paese. È lì che matura la sua natura di “creatura televisiva”: presenza elegante ma non algida, ironia pronta e un’intuizione sul mezzo – la telecamera come interlocutore – che la accompagnerà per decenni. Quella palestra, per molte, fu un’apparizione; per lei, un imprinting.
Gli anni Duemila: il ritorno che anticipa il fenomeno dei reality
Con l’esplosione della tv di intrattenimento a cavallo tra 2000 e 2005, Patrizia De Blanck torna a imporsi come presenza fissa e riconoscibile: da Chiambretti c’è a Domenica In, fino all’esperienza nel reality Il Ristorante su RAI 1. Qui il suo temperamento diretto, viscerale, a tratti incendiario, diventa linguaggio televisivo compiuto: niente copioni, reazioni a caldo, conflitti gestiti a telecamere accese. È l’anticipazione di ciò che vedremo nei reality successivi, dove le “maschere” funzionano solo se sono permeabili alla vita vera.
L’Isola dei Famosi 2008
Quando nel 2008 Simona Ventura apre la sesta edizione de L’Isola dei Famosi su Rai 2, l’arrivo di Patrizia De Blanck tra i “Famosi” è un cortocircuito perfetto: la nobiltà del titolo contro la spietatezza della sopravvivenza televisiva. È un cast epocale – da Vladimir Luxuria a Belén Rodriguez, da Rossano Rubicondi a Giucas Casella – che farà scuola e share. La “contessa del popolo” non si limita a interpretare un ruolo: lo crea. Porta nel fango e sotto i temporali un vocabolario nuovo, fatto di battibecchi, riconciliazioni, confessioni improvvise. Il suo rapporto dialettico con alcuni compagni di viaggio è uno degli ingredienti narrativi della stagione, capace di accendere discussioni e polarizzare il pubblico.
È in quel perimetro – fame reale, zero trucco, dinamiche senza rete – che Patrizia mostra una lezione spesso dimenticata: l’autenticità televisiva è più potente della perfezione. La sua “imperfezione” diventa cifra.
Grande Fratello Vip 2020
Era settembre 2020 quando Patrizia De Blanck varcava la porta rossa del Grande Fratello Vip (edizione 5, Canale 5). All’inizio le viene perfino ritagliato un “pied-à-terre” nella Casa: un vezzo produttivo che riconosce carisma e fragilità. Ma poi è la dinamica vera a prendersi la scena: battute fulminanti, sfuriate celebri, momenti di autoironia virali, qualche scontro acceso con coinquilini e opinionisti. Il pubblico si spacca, ma la riconosce: “è lei”, dicono molti, con l’affetto che si riserva ai personaggi che non bluffano su ciò che sono.
In un’edizione interminabile e seguitissima, la sua parabola dentro il gioco si conclude a fine novembre 2020 con l’eliminazione; la parabola fuori dal gioco, invece, la porta definitivamente nella categoria – rara – dei personaggi che hanno abitato tre epoche della tv: l’era pionieristica in bianco e nero, il varietà pop dei primi Duemila, la stagione dei reality “serializzati”.
“Questa volta non è bastato”: l’addio di Giada, figlia e testimone
Il testo postato da Giada De Blanck in queste ore è già un documento. Dice “mamma”, non “contessa”; parla di un rapporto “stupendo”, di una cura fisica ed emotiva che ha richiesto forza, determinazione e, soprattutto, una scelta di riservatezza. In un tempo in cui anche il lutto diventa contenuto, Giada sceglie di raccontare solo l’essenziale, senza spettacolarizzare l’addio. Fra le righe consegna però a chi legge la chiave interpretativa della madre: “coraggio”, “autenticità”, “luce”. Parole spesso abusate, che qui tornano a significare perché ancorate a una biografia che ha conosciuto salite e precipizi.
L’insistenza di Giada sul verbo “proteggere” rompe lo stereotipo su Patrizia donna “sempre in scena”: la vera scena, quando conta, si chiude. E non è un caso che l’annuncio arrivi dopo settimane – forse mesi – di silenzio: un perimetro invalicabile tracciato dalla famiglia, rispettato dagli amici più vicini e, in larga parte, anche dai media.

Oltre il mito televisivo: una donna che ha scelto di mostrarsi
L’operazione giornalistica più onesta, nel raccontare Patrizia De Blanck, è riconoscere che non è stata perfetta. E che proprio lì risiede il suo fascino. Ha sbagliato in diretta, ha alzato la voce, ha usato parole sferzanti, ha litigato e poi ricucito. Ha saputo ridere di sé – merce rarissima nello star system – e trasformare in spettacolo quello che molti nascondono: la stanchezza, l’età, la vulnerabilità. In un mondo che chiede alle donne di essere sempre “a fuoco”, lei ha spesso consentito all’inquadratura di tremare. È il motivo per cui, ora che non c’è più, il lutto non è solo del pubblico affezionato ai reality, ma di chi ama la televisione come memoria sentimentale del Paese.