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Rita Gari dopo le dimissioni dallo Stabile: «Lasciamo il teatro in attivo»
Voci di corridoio parlano di contrasti con il direttore artistico Marco Giorgetti. L'ex presidente del Cda: «L'ente è convalescente, basta fare qualche debito fuori bilancio e siamo punto e a capo»
C’è di nuovo una tempesta in scena al Teatro Stabile di Catania. Dopo mesi di sussurri e chiacchiere di corridoio, venerdì la presidente del Consiglio d'amministrazione Teatro, Rita Gari Cinquegrana annuncia con una lettera stringata e accorata le sue dimissioni in cui ritiene, si legge, che «nell’attuale situazione, non siano ormai utili né il mio impegno né la mia abnegazione». Non c’è pace allo Stabile. Il teatro ha cambiato tre direttori in quattro anni, Luca De Fusco, Graziano Piazza e Marco Giorgetti, in carica dallo scorso settembre. Quest’ultimo, sostenuto dal ministro Alessandro Giuli, arrivato da La Pergola di Firenze in un “teatro di seconda fascia”, come sottolineò un titolo del quotidiano "La Nazione". Quasi a considerarci palcoscenico di provincia e provinciale.
I rapporti tra Giorgetti e la presidente pare non siano stati sereni. Si sussurra di un direttore che non parla molto con il Cda, non si confronta, non condivide, si ipotizzano diversità di vedute sulle scelte artistiche, con la cultura siciliana guardata con sospetto, come se fosse non abbastanza internazionale, e forse pure contrasti sulle spese, sulle risorse sempre risicate. Negli ultimi mesi, si dice invece che nell'occasione della preparazione della candidatura di "Catania capitale della cultura" sia scattata la sintonia tra il direttore Giorgetti e il sindaco Enrico Trantino, che ha tenuto per sé la delega alla Cultura, e con Paolo Di Caro, il direttore della Cultura Comune di Catania.
Lo scrittore e autore teatrale Ottavio Cappellani in un post racconta di aver telefonato a Giorgetti «per capire cosa diamine fosse successo. Mi ha detto che secondo lui sono cose “politiche”, il che mi stupisce conoscendo Enrico Trantino». E magari bisognerà riflettere pure sul peso della politica nelle scelte di direttori e Cda, se ancora una volta il sipario lo alzano a Roma. Al pubblico e ai catanesi ancora attaccati al loro Teatro forse importa poco degli scontri dietro le quinte, delle mosse dei vertici, del "ricambio" con figure designate dalla politica, e interessano invece le scelte del cartellone, la costruzione di una visione del Teatro di Catania, di un progetto coerente, pensato su questo teatro e questa città, non solo su scambi di ospitalità, nomi noti o sul difficile equilibrio di cercare di dare spazio a tutte le anime teatrali locali.
In una nota, il sindaco Trantino scrive che «si chiude una stagione del nostro Teatro Stabile e se ne apre una nuova, che non potrà non tener conto dei buoni risultati raggiunti in questo mandato». E ringrazia la Gari «perché, ereditando una condizione economica difficile, ha garantito in questi anni la continuità del programma artistico, pur dovendo lavorare su un risanamento complesso e reso ancora più complicato dalle congiunture economiche, che hanno impedito investimenti ancora più importanti e volti a collocare il nostro Teatro dove meriterebbe, per storia e tradizione, nel panorama nazionale ed internazionale».

Professoressa Gari, perché questo passo indietro?
«Sono soddisfatta di quello che abbiamo fatto con il Cda per riannodare pazientemente i fili del Teatro che erano stati spezzati soprattutto per il covid, per il debito pregresso, per scelte artistiche diverse. Abbiamo trovato un teatro che aveva poco più di 600 abbonati e adesso ne ha 2500. Lo Stabile è un teatro convalescente, paghiamo ancora un mutuo annuo di più di 400 mila euro, basta poco, basta fare qualche debito fuori bilancio e siamo punto e a capo. Sul rigore delle spese il Cda è stato “con il fucile puntato”. Ho aspettato che si chiudesse il consuntivo per rassegnare le dimissioni e passare il testimone. Sono orgogliosa di lasciare un attivo di 687 euro, cifra simbolica a significare che in questi quattro anni è stato fatto un percorso virtuoso. Non sono stati fatti debiti, anzi ne sono stati risanati tanti».
Perché ha deciso di lasciare adesso, cos’è successo?
«È un’esperienza conclusa, fatta con spirito di servizio, non voglio aggiungere una parola in più alla lettera di dimissioni».
Perché scrive che non è più utile il suo impegno?
«Il ricambio è il sale della democrazia».
Ci sono voci di differenze di vedute con il direttore artistico Giorgetti.
«Non sono ancora in grado di dare giudizi in proposito, la stagione non è stata presentata, ma ho fiducia che Giorgetti possa fare una bel cartellone».
In quattro anni tre direttori. Com’è cambiata questa figura?
«Purtroppo in generale in Italia non ci sono molti manager dello spettacolo, non l’attore o il regista prestato alla direzione. Per come sono strutturati oggi i teatri il direttore dovrebbe conoscere il teatro ma essere anche un manager che capisce di bilanci. Solo per i teatri nazionali sono previste due figure, un direttore generale e uno artistico».
Lo Stabile di Catania è un Teatro della città.
«Abbiamo cercato di coltivare sempre questo concetto, anche con i nostri mille protocolli d’intesa con altri enti cittadini. Il rapporto con la città deve essere continuo, capillare, per far sì che lo Stabile diventi un punto di riferimento».

Come avete lavorato con Giorgetti in questi mesi?
«So che il direttore ha lavorato per il Fic, una manifestazione in coproduzione con lo Stabile e altre associazioni, da poco presentata alla città. Giorgetti si è molto impegnato per dare un’impronta internazionale alla rassegna, esordio della nuova direzione che si espliciterà meglio nella stagione 2026-2027. La nuova stagione non è stata ancora presentata in Cda, il direttore che ci sta lavorando ha anticipato grandi nomi e l’augurio è che questi contatti, queste idee si concretizzino».
Qualche nome da anticipare?
«Non posso anticipare nulla. Il direttore ha detto che aveva bisogno di tempo, di un mese circa ancora per definire il programma».
Nella lettera invita a “custodire con cura e amore” un teatro che è “un gioiello”. La città, le istituzioni il pubblico ne sono consapevoli?
«Il pubblico è tornato con grandissimo affetto. Gli spettatori sono contenti di essersi riappropriati del teatro, soprattutto in questa ultima stagione. Noi abbiamo trattato il teatro con cura anche negli spazi, molto trascurati. Abbiamo cambiato i bagni, la moquette, le poltrone, l’impianto di climatizzazione, i camerini».
Un addio alla vigilia della Liberazione.
«Non è tanto casuale la scelta - dice ridendo - E’ chiaro che c’è un affetto particolare per questo teatro. Qui ho cominciato a muovere i miei primi passi in questo mondo. E’ stato un incarico gratuito per quattro anni. Anni di risalita, di crescita. E ringrazio Luca De Fusco che si è prodigato per avere maggiori contributi da Regione e città metropolitana. Ha dato una grande spinta propulsiva e riposizionato il teatro a un livello nazionale».
Di cosa è più soddisfatta?
«Per la prima volta abbiamo partecipato a bandi europei portando a casa tre progetti con un valore economico non indifferente. C’è un parco lampade nuovo da 350 mila euro, la collaborazione transfrontaliera con la Tunisia ha dato un arricchimento artistico dando una visione diversa. Il bando energia ha portato altri ammodernamenti. Abbiamo chiamato a lavorare tanti attori che non mettevano piede allo Stabile da anni. E poi ci siamo dedicati alla memoria del Teatro, raccolto e catalogato tutto il materiale storico, l’archivio, i libri. Forse non coltiviamo abbastanza il senso di appartenenza, non difendiamo abbastanza la nostra storia, la nostra cultura. Ma cosa resterebbe della drammaturgia del 900 italiano senza gli autori siciliani? Ma la cosa di cui sono più orgogliosa è che tutte le attività svolte abbiano avuto la copertura finanziaria. Per il Consiglio è stato sempre un punto fondamentale, diversamente si lascerebbero debiti. E noi non abbiamo fatto un centesimo di debiti fuori bilancio, lasciamo i cassetti in ordine dal punto di vista amministrativo anzi li lasciamo in attivo».
