la riflessione
«Sono diventata scrittrice su quelle pietre, l’eredità dei classici è a forma di domanda e corre nel tempo»
La scrittrice messinese parte dalla sua esperienza personale per riflettere sul valore della tragedia antica. «Altro che classici polverosi, la letteratura si faceva vita»
In una foto degli anni Novanta al teatro di Siracusa c’è una ragazzina dai capelli ricci in prima gradinata, seduta in mezzo a due amici: lui tiene i capelli legati in una coda bassa, ha l’aria da musicista e quella barba selvatica tipica di certi adolescenti, la prima barba da maschi. L’altra, chioma rossa, lentiggini, si è tuffata a mare nel pomeriggio, si è rivestita di fretta e ha raggiunto i compagni sul pullman per il teatro, una sirena irriverente con ancora i capelli bagnati.
A guardarli oggi, trent’anni dopo, i ragazzini sono troppo belli; certo è facile essere bello quando appari come genius loci su gradinate del quinto secolo dove prima di te si sono seduti cittadini e tiranni, medici, filosofi, politici, schiavi, donne e ragazzini, al tempo in cui l’ingresso delle rappresentazioni era aperto a chiunque. Quando il teatro era il centro di tutti, nessuno escluso. Altro che la fisionomia dell’adolescente o dell’adulto abbrutito sullo schermino piccolo del cellulare, altro che la filosofia da divano di chi dormicchia distratto davanti all’ennesima serie tv. Guardo la foto, tre amici adolescenti negli anni Novanta, per la prima volta al teatro greco in gita scolastica come tanti negli anni a venire. E so, anche se loro non lo sanno, che stavano compiendo un gesto enorme, che non avrebbero più dimenticato. Stavano facendo politica, cioè portavano i loro corpi e le loro intelligenze al centro del mondo, per mettere alla prova ogni convinzione attraverso tutti i viaggi interiori possibili, anabasi, catabasi e catarsi.
Nel mondo greco la politica e lo spettacolo coincidevano, si facevano in presenza e con i gesti, la voce e lo sguardo. Nella vita attiva della cultura che ha fondato la nostra civiltà, nel teatro più antico di Occidente, a Siracusa, andavano in scena le grandi opere e con loro avveniva il commento pubblico alla politica, cioè alla vita (la politica nel suo senso nobile quello è: occuparsi della polis e dei suoi abitanti, degli esseri umani che vivono, muoiono, si ammalano, s’innamorano).
Ora, v’immaginate in che senso? Se vi siete seduti una volta su quelle gradinate, la risposta è sì. All’epoca anche quelli che non votavano, anche le categorie che – a guardarle oggi – erano indietro con i diritti civili, sedevano lì dove siete seduti. Guardavano gli attori come li guardate voi. Piangevano, s’indignavano, ridevano, riflettevano, e si portavano dietro quei sentimenti fino a fuori, nelle loro famiglie e nelle loro case, sul posto di lavoro e nei posti di comando, si portavano i dubbi e i tormenti del potere e della schiavitù, il senso del destino e quello della libera scelta. Domande aperte e mai concluse, cosicché oggi voi che v’interrogate su ciò che è giusto siete sulla strada che i tragediografi hanno battuto per primi, e non vi sentite soli.
Torno agli adolescenti della foto degli anni Novanta, i due amici e in mezzo la ragazzina che sono io. Seduti su millenni della storia che fino a quel momento hanno studiato sui libri, un pochino sono orgogliosi della loro isola. Confusamente sentono di appartenerle, e quell’eredità non è una bandiera e non è un confine, non servono armi per difenderla né posture di attacco o di difesa.
L’eredità dei classici è a forma di domanda e corre nel tempo: la guerra che va in scena è tutte le guerre, la madre che piange è tutte le madri, il liberatore incatenato è tutti gli uomini che sfidano le divinità per spostare in avanti il proprio essere uomini, per ampliarlo e abitarlo.
Eccola: protetta dagli amici, emozionata dal palco, in mezzo alla Storia, la ragazzina sorride. All’obiettivo fa il segno della vittoria, più per imbarazzo che per senso di conquista. In viso è incerta, il corpo in attesa. Sta per assistere per la prima volta a una tragedia: ne ha lette tante e tante ne ha tradotte nelle ore di greco a scuola, ma adesso è lì e le parole di Eschilo si faranno carne e gesto.
A breve, sul palco dei greci arriverà Roberto Herlitzka nei panni di uno spettacolare Prometeo incatenato. Una di quelle interpretazioni che hanno fatto la storia del teatro, per qualità attoriali e di regia e anche per una traduzione di cui a lungo si discusse. Nazisti!, diceva Prometeo in scena ai suoi torturatori. Con quella scelta di lessico, Prometeo viveva: non nel lontano 460 avanti Cristo ma negli anni Novanta del Novecento.
Ora voi capite che fu un vero battesimo per me, una di quelle epifanie che ti cambiano la vita. Altro che lingue morte, altro che classici polverosi e lontani nel tempo: Prometeo era un uomo del presente, la sua resistenza una resistenza contemporanea, la sua libertà la libertà di tutti. Io sono diventata una scrittrice quella sera: seduta su secoli di storia, sbaragliata dalla letteratura che si faceva vita, attraverso il teatro, attraverso la politica. Un attimo prima, c’era la ragazzina della foto – l’attimo dopo la spettatrice che prendeva consapevolezza di chi era e si centrava. Così si cambiano le vite, e qualche volta si salvano proprio.
Ogni volta che prendo posto in teatro torno a commuovermi, in ogni scolaresca rivedo i miei amici, in ogni ragazzino o ragazzina una mente in cui il miracolo, ancora una volta, germoglierà.