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7 aprile 2026 - Aggiornato alle 17:13
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SCENARI

Lockdown energetico tra Dad, smart working, condizionatori e targhe alterne: le proposte che dividono il Paese

Allarme carburanti, rete elettrica sotto pressione e inflazione, la discussione tocca scuola lavoro, famiglie, mobilità

07 Aprile 2026, 16:02

16:10

Lockdown energetico, la scuola torna nel mirino: perché la proposta su Dad e smart working divide il Paese

Tra allarme carburanti, rete elettrica sotto pressione e inflazione, la discussione non riguarda solo le aule: tocca lavoro, famiglie, mobilità e il vero nodo irrisolto dell’economia italiana, la dipendenza dall’energia che compriamo fuori confine

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Alle 8 del mattino, in una qualunque scuola italiana, si accendono luci, computer, caldaie residue di stagione, laboratori, server, fotocopiatrici. Nello stesso istante, su strade e tangenziali, migliaia di docenti, personale amministrativo e lavoratori pubblici sono già in viaggio. Il punto è tutto qui: quando l’energia costa di più, non si paga soltanto la bolletta. Si paga il movimento stesso del Paese. E così, in queste ore, una proposta che sembrava confinata ai ricordi più controversi della pandemia è tornata nel dibattito pubblico: ricorrere alla Dad e allo smart working come leva straordinaria di risparmio energetico e di contenimento della nuova fiammata sui prezzi.

A rilanciare l’ipotesi, come abbiamo pubblicato ieri,  è stato Marcello Pacifico, presidente di Anief, secondo cui la crisi energetica e i rincari dei carburanti potrebbero spingere il Governo e il Parlamento a valutare la didattica a distanza insieme al lavoro agile per i dipendenti pubblici. Il ragionamento del sindacato è lineare: meno spostamenti quotidiani, meno consumi di carburante, minore pressione sul sistema dei prezzi in una fase di forte instabilità internazionale. Pacifico ha parlato apertamente della possibilità di intervenire già “a partire da maggio”, pur definendo la scuola “l’ultima a dover chiudere”.

Il punto, però, è che la proposta apre una faglia politica e sociale molto più profonda del mero risparmio in bolletta. Sul piano istituzionale, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha escluso, almeno per ora, un ritorno generalizzato alla Dad. È una linea che si muove nella stessa direzione della netta difesa della scuola in presenza espressa in questi giorni dalla Rete nazionale scuola in presenza, che ha definito “assurda” l’idea di sacrificare ancora una volta le aule per reagire al caro energia. Secondo la rete, l’esperienza degli anni scorsi ha aggravato il disagio relazionale ed educativo degli studenti, colpendo in modo ancora più duro i ragazzi più fragili e gli alunni con disabilità.

La discussione, dunque, non è soltanto tecnica. È culturale. Da una parte c’è chi vede nello smart working una misura emergenziale ragionevole, già sperimentata, capace di tagliare spostamenti e consumi in tempi rapidi. Dall’altra c’è chi teme che, dietro la parola efficienza, si nasconda un riflesso automatico: comprimere la vita sociale, scaricare i costi sulle famiglie, trasformare la casa in ufficio e in aula, senza affrontare il problema alla radice. Per capire se la proposta abbia davvero un senso economico, però, bisogna guardare ai numeri del sistema energetico italiano. E lì il quadro è più severo di quanto il dibattito politico lasci intendere.

Il vero nodo: un Paese che produce più rinnovabili, ma resta esposto all’estero

I dati di Terna fotografano un paradosso che spiega bene la fragilità italiana. Nel 2024 il fabbisogno elettrico nazionale è salito a circa 312 TWh, in crescita del 2,2% rispetto al 2023. Nello stesso anno le fonti rinnovabili hanno coperto il 41,2% della domanda elettrica, il livello più alto mai registrato. È un risultato importante, che segnala un progresso reale. Ma non basta a sciogliere il nodo principale: l’Italia continua a dipendere in modo strutturale dall’energia che arriva da fuori.

Nel documento di scenario sul sistema energetico al 2050, la stessa Terna spiega che nel 2024 solo circa il 41% del fabbisogno elettrico è stato soddisfatto da risorse nazionali rinnovabili. Il restante 59% è dipeso da importazioni dirette o indirette: 16% tramite interconnessioni con l’estero e 43% attraverso produzione termoelettrica alimentata soprattutto da combustibili importati, in particolare gas naturale. Un dato ancora più eloquente riguarda proprio il gas: la produzione domestica, negli ultimi anni, ha coperto meno del 2% del consumo complessivo del Paese.

È questo il punto che rende il tema energetico così delicato per famiglie, imprese e conti pubblici. Quando la tensione geopolitica si alza, l’Italia non subisce soltanto un aumento dei prezzi internazionali: subisce un rincaro su una quota essenziale della propria sicurezza economica. Terna osserva che tale dipendenza espone il Paese a rischi di approvvigionamento e a una forte vulnerabilità rispetto alla volatilità delle commodity. Inoltre, nonostante la crescita delle rinnovabili, il prezzo dell’elettricità resta ancora fortemente agganciato al costo del gas, perché in molte ore sono proprio gli impianti a gas a determinare il prezzo marginale sul mercato elettrico.

Perché si parla di smart working e targhe alterne

In questo contesto si capisce perché siano tornate a circolare parole che sembravano archiviate: targhe alterne, riduzione dei limiti di velocità, domeniche senz’auto, telelavoro, contenimento dei consumi negli edifici pubblici, uso più rigido dei condizionatori. Non si tratta, almeno per ora, di misure già adottate in Italia, ma di un repertorio di interventi che la comunità internazionale considera da tempo nel caso di shock energetici acuti. L’International Energy Agency ha indicato tra le misure immediate il lavoro da casa fino a tre giorni alla settimana, la riduzione dei limiti in autostrada di almeno 10 km/h, il potenziamento del trasporto pubblico e l’uso alternato dell’auto privata nelle grandi città.

L’agenzia stima che, nelle economie avanzate, il lavoro da remoto fino a tre giorni settimanali possa evitare nel breve periodo circa 500 mila barili al giorno di consumo petrolifero, mentre una sola giornata di lavoro da casa ne farebbe risparmiare circa 170 mila. Non sono numeri da poco. Ed è anche per questo che il sindacato Anief collega il lavoro agile non solo alla riduzione dei consumi energetici, ma pure al contenimento dell’inflazione: meno carburante bruciato negli spostamenti quotidiani significa, in teoria, meno pressione sui costi di trasporto e sulle famiglie.

Il vantaggio economico c’è, ma non è neutrale

Che il lavoro agile produca un beneficio sui costi individuali è ormai ben documentato. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2024 gli smart worker in Italia sono stati circa 3,55 milioni e, lavorando da casa per due giorni alla settimana, ciascuno potrebbe risparmiare fino a 900 euro l’anno sui costi di commuting, al netto dell’aumento delle spese domestiche. È un dato che dà concretezza a una discussione spesso ideologica: quando benzina, diesel e trasporti pesano di più, la riduzione degli spostamenti diventa un tema di reddito disponibile.

Ma il vantaggio non è neutrale, perché cambia a seconda di chi lo osserva. Il dipendente che non percorre ogni giorno decine di chilometri può spendere meno; lo Stato può alleggerire una quota di consumi; le città possono vedere meno traffico nelle ore di punta. Tuttavia una parte dei costi si trasferisce sulle case: energia elettrica, riscaldamento o raffrescamento, connessioni, strumenti digitali, spazi adeguati. E nel caso della scuola il trasferimento è ancora più delicato, perché riguarda minori, famiglie e qualità educativa. Per questo il paragone automatico tra lavoro d’ufficio e didattica a distanza è, già in partenza, improprio.

Il punto politico: misure tampone o strategia industriale?

La domanda vera, allora, è un’altra: l’Italia vuole reagire agli shock energetici con misure tampone o con una strategia più profonda? Perché la crescita della copertura da rinnovabili al 41,2% nel 2024 dimostra che un cambiamento è in corso. Ma dimostra anche che non basta ancora. Se quasi sei decimi del fabbisogno elettrico restano legati, direttamente o indirettamente, all’estero, ogni crisi geopolitica si trasforma in un potenziale moltiplicatore di prezzi, ansie e restrizioni.

Nel breve periodo è plausibile che, se la pressione energetica dovesse aumentare, il Governo valuti interventi selettivi sul lavoro agile nelle attività compatibili, sul contenimento dei consumi pubblici e sulla mobilità urbana. Ma usare la scuola come primo ammortizzatore sarebbe una scelta politicamente esplosiva e socialmente costosa. La linea di Valditara, per ora, va letta proprio così: nessun automatismo tra crisi dell’energia e ritorno generalizzato alla Dad

In fondo, il dibattito di questi giorni racconta una verità scomoda: il lockdown energetico non comincia quando si spengono le luci di un edificio pubblico. Comincia molto prima, quando un Paese sa di non poter controllare davvero il prezzo dell’energia che gli serve per vivere, produrre, studiare e muoversi. E allora ogni misura d’emergenza — dallo smart working alle targhe alterne, dai limiti ai condizionatori alla tentazione della Dad — diventa il sintomo di una debolezza strutturale. La questione, dunque, non è se si possa risparmiare qualche megawatt o qualche litro di carburante. La questione è se l’Italia voglia affrontare il prossimo shock con una toppa in più, o con una dipendenza in meno.