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22 aprile 2026 - Aggiornato alle 15:57
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LA "FOTOGRAFIA"

Italia, deficit giù ma non abbastanza: il 3,1% allontana l’uscita rapida dalla procedura Ue, mentre il debito sale al 137,1%

I conti pubblici migliorano, ma il margine resta sottile: dietro il dato di Eurostat c’è un equilibrio fragile tra correzione del disavanzo, crescita debole e un debito che continua a pesare come un macigno.

22 Aprile 2026, 13:34

15:27

Italia, deficit giù ma non abbastanza: il 3,1% allontana l’uscita rapida dalla procedura Ue, mentre il debito sale al 137,1%

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C’è un numero che, più di altri, racconta la condizione dell’Italia in questa fase: 0,1. È il decimale che separa il Paese da una soglia europea diventata, nel tempo, quasi simbolica. Il rapporto tra deficit e Pil nel 2025 si ferma infatti al 3,1%: meglio del 3,4% del 2024, ma ancora sopra quel 3% che a Bruxelles continua a rappresentare la linea di confine tra normalizzazione e sorveglianza rafforzata. Un miglioramento c’è, ed è reale. Ma non sembra sufficiente a chiudere in anticipo il dossier aperto sull’Italia con la procedura per disavanzo eccessivo.

A rendere il quadro più complesso c’è il secondo grande dato certificato da Eurostat: il debito pubblico italiano sale al 137,1% del Pil, confermando l’Italia come il Paese con il secondo rapporto debito/Pil più alto dell’Unione, dietro soltanto alla Grecia. In altre parole, Roma mostra un aggiustamento sul fronte del disavanzo, ma continua a convivere con una montagna di debito che limita i margini di manovra, aumenta la sensibilità ai tassi d’interesse e rende più severo il giudizio europeo sulla traiettoria dei conti.

Il miglioramento del deficit c’è, ma il traguardo resta fuori portata

La fotografia diffusa da Eurostat il 22 aprile 2026 conferma quanto già emerso nelle stime preliminari di Istat: nel 2025 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche italiane è sceso al 3,1% del Pil, in miglioramento rispetto al -3,4% dell’anno precedente. È un segnale importante, perché certifica che il picco degli anni più difficili si è lasciato alle spalle e che il percorso di rientro è proseguito. Tuttavia, quel dato non basta a cambiare il giudizio politico e procedurale dell’Europa.

Il motivo è semplice e insieme molto tecnico. L’Italia è entrata formalmente nella procedura per disavanzo eccessivo il 26 luglio 2024, quando il Consiglio dell’Unione europea, su proposta della Commissione europea, ha accertato l’esistenza di un deficit eccessivo dopo il deterioramento dei conti del 2023. Successivamente, il 21 gennaio 2025, il Consiglio Ue ha raccomandato all’Italia di porre fine a questa situazione entro il 2026, fissando un sentiero di aggiustamento compatibile con le nuove regole di governance fiscale europea.

Questo significa che il parametro del 3% non va letto come una porta che si apre automaticamente. Conta il numero, certo, ma contano anche la qualità della correzione, la dinamica della spesa netta, la credibilità del percorso e soprattutto la sostenibilità del debito. Nelle regole riformate del Patto di stabilità, la valutazione non si esaurisce più in un controllo meccanico di una soglia: la Commissione europea guarda anche al rispetto del sentiero di spesa concordato e alla capacità di riportare i conti su una traiettoria stabile. Per i Paesi con debito molto elevato, come l’Italia, il giudizio diventa inevitabilmente più severo.

Il peso del debito: secondo posto nella Ue, dietro solo alla Grecia

Se il deficit è il dato che fa notizia nell’immediato, il debito è il grande convitato di pietra. Il 137,1% del Pil certificato per l’Italia nel 2025 è un livello che colloca il Paese stabilmente ai vertici europei della fragilità fiscale. Soltanto la Grecia fa peggio. Alle spalle dell’Italia si trovano economie importanti come la Francia, ma con un divario ancora significativo.

Per capire la portata del dato bisogna guardare alla dinamica degli ultimi anni. Nel 2024 il debito italiano era stato indicato al 135,3% del Pil; nel giro di dodici mesi, dunque, il rapporto è cresciuto di quasi due punti. La tendenza non sorprende del tutto: già le previsioni della Commissione europea e quelle del Fondo monetario internazionale indicavano per l’Italia una traiettoria di debito ancora in salita, anche a causa degli effetti trascinati dei bonus edilizi e della crescita economica troppo modesta per “diluire” il peso dello stock accumulato.

Qui sta il nodo politico ed economico più delicato. Un Paese può anche ridurre il deficit anno dopo anno, ma se il debito continua a salire resta esposto alla diffidenza dei mercati, ai vincoli europei e alla necessità di destinare una quota crescente di risorse al servizio degli interessi. Per un’economia con bassa crescita potenziale, il problema non è teorico: è un freno concreto alla capacità di finanziare investimenti, alleggerire la pressione fiscale o reagire a eventuali shock esterni.

Crescita debole, il vero punto critico dietro i conti

Il miglioramento del disavanzo, da solo, non basta a raccontare lo stato di salute della finanza pubblica. Perché nel 2025 l’Italia ha sì corretto il deficit, ma lo ha fatto dentro un’economia che continua a correre poco. Istat ha stimato per il 2025 una crescita reale del Pil pari allo 0,5%, un passo modesto per un Paese che deve contemporaneamente ridurre il disavanzo, stabilizzare il debito e sostenere la spesa per investimenti e welfare.

Il punto è cruciale: quando il Pil cresce poco, ogni correzione di bilancio diventa più faticosa e più esposta a tensioni sociali e politiche. Un’economia dinamica può aumentare il gettito, migliorare il rapporto debito/Pil e assorbire meglio le strette di bilancio. Un’economia ferma o quasi, invece, rende tutto più difficile. È anche per questo che il dato sul 3,1% viene letto con cautela: non come il segnale di un riequilibrio ormai consolidato, ma come il risultato di una correzione compiuta in un contesto ancora fragile.

A confermare questa fragilità c’è un altro indicatore: la pressione fiscale, salita al 43,1% nel 2025, con un aumento di 0,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Anche questo elemento, messo in evidenza da Istat, suggerisce che una parte del miglioramento dei saldi è arrivata in un quadro di entrate robuste, ma non necessariamente di espansione economica vigorosa.

Il nodo dei bonus edilizi e l’eredità che non si esaurisce

Sul deterioramento dei conti italiani degli ultimi anni pesa ancora l’eredità dei bonus edilizi, in particolare del Superbonus. Il tema è stato richiamato in più occasioni dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha collegato proprio alla coda lunga di questi incentivi una parte importante delle difficoltà nel rientro del deficit sotto la soglia del 3%. Anche se l’impatto più pesante si è già manifestato nei conti precedenti, gli effetti di trascinamento continuano a farsi sentire sia sul deficit sia, soprattutto, sul debito.

Non è un dettaglio. La finanza pubblica italiana oggi non si misura solo con il problema classico della spesa corrente o con la debolezza della crescita, ma anche con il costo differito di decisioni passate che hanno modificato in profondità il profilo dei saldi pubblici. In questo senso, il miglioramento registrato nel 2025 ha un valore, ma non cancella l’eredità accumulata. E spiega perché Bruxelles continui a guardare all’Italia con attenzione particolare.