l'annuncio
L'Italia riaccende l'atomo: la scommessa di Giorgia Meloni tra bollette e il nodo irrisolto delle scorie
Il governo promette regole entro pochi mesi per combattere la dipendenza energetica. Ma il Paese che importa 46 TWh di energia fatica ancora a trovare un sito per i vecchi rifiuti radioattivi
Giorgia Meloni rompe gli indugi e indica una scadenza precisa per il ritorno dell’energia atomica in Italia: entro l’estate sarà definito il quadro normativo. Intervenendo al Premier Time al Senato, la presidente del Consiglio ha annunciato l’adozione di una legge delega e dei relativi decreti attuativi per riavviare la produzione nucleare.
L’iniziativa ha raccolto il favore del fronte centrista, con Carlo Calenda che ha auspicato di trasformare questa “porta aperta” in un “portone”.
L’accelerazione del governo riporta in primo piano uno dei dossier più divisivi della politica energetica nazionale. Il tema esce dal campo delle suggestioni tecnologiche per tradursi in una decisione operativa, motivata dalla necessità di garantire sicurezza degli approvvigionamenti, ridurre i costi per l’industria e tutelare il potere d’acquisto delle famiglie. Il Paese sconta infatti una fragilità strutturale: nel 2025, a fronte di un fabbisogno di 311,3 TWh, circa 46,9 TWh sono stati coperti importando elettricità dall’estero. Per l’esecutivo, le rinnovabili da sole, essendo non programmabili, non bastano ad assicurare continuità senza il supporto di una fonte stabile come l’atomo.
La strategia non è soltanto regolatoria ma anche industriale. A maggio 2025 è stata costituita “Nuclitalia”, una newco partecipata da Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%). L’obiettivo è lo studio e lo sviluppo degli SMR (Small Modular Reactors), reattori modulari di piccola taglia ritenuti più flessibili e sicuri rispetto ai grandi impianti del passato. Restano tuttavia forti perplessità internazionali sui costi e sulle tempistiche di una tecnologia ancora in fase di maturazione.
L’ambizione italiana si scontra con due ostacoli storici e strutturali. Il primo è politico-culturale: i referendum del 1987 (post-Chernobyl) e del 2011 (post-Fukushima) hanno consolidato una profonda diffidenza verso l’energia nucleare, culminata nel 2011 con un “Sì” all’abrogazione superiore al 90% dei voti validi. Il secondo scoglio è più concreto: il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. L’Italia non dispone ancora di un sito per la gestione definitiva dell’eredità del precedente programma. Secondo Sogin, l’infrastruttura dovrà accogliere circa 78 mila metri cubi di scorie. Nonostante il Ministero dell’Ambiente abbia pubblicato nel dicembre 2023 la mappa (CNAI) con 51 aree idonee, le resistenze territoriali continuano a bloccare l’individuazione del luogo. La domanda è inevitabile: come può il Paese aprire un nuovo ciclo se non è in grado di chiudere quello vecchio?
Meloni difende la scelta collocandola in una cornice più ampia. Il rilancio dell’atomo viene presentato come strumento per affrontare i nodi profondi dell’Italia: ridare ossigeno ai salari erosi dall’inflazione, rafforzare la competitività delle imprese e invertire il “grande inverno” demografico, che nel 2025 dovrebbe toccare un nuovo minimo storico di circa 355 mila nascite. La vera prova per l’esecutivo sarà dimostrare se il nucleare potrà offrire risposte efficaci nel breve periodo o se resterà un investimento dai frutti troppo lontani.
