l'intervento
La tragedia classica non più paradigma, ma solo spettacolo per l'homo erectus esperto digitale ma analfabeta di Humanitas
Il Mito come specchio di un mondo che ha smesso di ascoltarsi: quando il dolore antico parla di Gaza, Ucraina e del senso perduto dell'umanità
Immortale, il Mito. Come il Vento, il Mare, il Cielo, il Sole, la Pioggia, le Nuvole. Oltre il Tempo, il Calendario, la Storia, oltre l’Oltre. Non ha inizio, non ha fine. Non prende ordini, non scende a patti. Magister per uomini, culture, Lingue del Mondo, il Mito parla un’unica “lingua”, universale eppure elementare, che non subisce corruzione né corrosione né dimenticanza.
A chi parla il Mito? All’Uomo. Dell’Uomo è Magister, salvàtor, timoniere, nocchiero, Promèteo, e Caronte, pur in un Mondo sempre più impoverito scartavetrato avvizzito, divoratore e cannibale, come quell’Erisìttone, re di Tessaglia, che tutto avendo divorato, mai sazio, divorò infine anche se stesso, le sue sanguinose carni. Di lui, non tacque Dante "Non credo che così a buccia strema/Erisittone fosse fatto secco/ per digiunar quando più n’ebbe tema", Purgatorio, XXXIII. Di lui non tacque Ovidio, Le Metamorfosi.
Strumento del Mito è la fabula, con cui narrare, con cui dare corpo gesto voce, per facta, per fabulas, a tesi rigorose, quasi matematiche, strazianti ma salvifiche, nel sempre più disperante tentativo di soccorrere un’umanità disperata, sfiduciata, inerme che può ancora, dunque, salvarsi, ricostruire il suo canone inverso.
Il paradigma che, del Mito, è essenza, nerbo, ratio, è nel nostro sahara culturale lo scomparso di cui nessuno ha sporto denuncia, di cui nessuno avverte il lutto, l’assenza, la mancanza. Da oltre mezzo secolo lo scempio dell’Istruzione ne ha cancellato, con sequestro chirurgico, il significante, il significato.
La Tragedia classica, senza decriptazione della fabula, rischia di transitare definitivamente nello Spettacolo. Uno spettacolo di cui giudicare, improvvisandosi esperti, costumi, coro, attori, regia, metriche, traduzione (quest’ultima, lo affermo da filologo grecista, sempre più una crux desperationis!). Uno spettacolo di cui, persino, chiacchierare a cena, dopo una partita a padel, tra uno spritz, un congiuntivo azzannato e un dolce a fine pasto.
Dunque soltanto uno spettacolo! Non invece un paradigma, che insegna, tutela, ammonisce e custodisce l’essere umano, sempre più alla deriva, allo sbando, inesorabilmente centrifrugato in una inarrestabile necrosi etica, emotiva, affettiva. Anestetizzati, assistiamo di fatto all’estinzione di quell’umanità che, dell’essere umano, non è più il karaktèr qualificante. C’è ancora un homo erectus, bipede, esperto digitale ma assolutamente analfabeta di Humanitas, Logos, Nomos, Diche, “nutrimenti” essenziali, ostracizzati da ferinità, superficialità, tumulazione culturale.
Niente è più corrosivo per il Mito di quella settica deriva, politica e sociale, che indifferentemente, e con pari naturalezza, rottama l’Etica e il più sofisticato device informatico. Il deperimento del Classicismo ha travolto, devastante più d’uno tsunami, il titanico principio dell’eis aieì, del per sempre, a vantaggio del miserabile imminente, del qui e ora.
Delle tragedie in scena quest’anno a Siracusa (8 maggio/28 giugno), due sono con fabula mitologica, Alcesti di Euripide e Antigone di Sofocle, la terza con storia, I Persiani di Eschilo. Fu Storia, della più insensata e drammatica, la sanguinosa drammatica sconfitta dei Persiani a Salamina del 480 a c., di cui fu scellerato responsabile la hybris del giovane Serse, l’irruento figlio del saggio re Dario. Quella strage, quella carneficina, quella mattanza, racconteranno in eterno le acque di Salamina, ma anche la Terra d’Ucraina, la Striscia di Gaza e molti altri Paesi feriti a morte, racconteranno quella loro strage che, ottusamente, barbaramente, uccide uomini, bambini, figli, padri, passato, presente, futuro. La speme e il sogno. Insanguò il Mare del fiero sangue persiano, la Patria si spopolò d’eroi, vecchie madri piansero valorosi figli, devote mogli valori sposi, piccoli figli valorosi padri. Dai Persiani di Eschilo, un infinito inestinguibile threnos di dolore, che non perde mai forza, condanna l’insensatezza della Guerra. Vincitori o vinti, la Guerra è, comunque e sempre, una sconfitta per l’Uomo, l’Humanitas, la Virtus.
Nel Mondo, funestato da conflitti spaventosi e dissacranti, da vecchie e nuove dittature, da pericolosissimi autocrati, appassionati di armi di distruzione con cui giocare ammazzando, ovunque e sempre, Pax construhenda est, nunquam destruhenda, questo l’imperituro monito della tragedia persiana, nella possente eschilea coralità del dolore.
Non sarà Polemos a decidere della Niche, ma la ratio, l’ordo, la condordia hominum. Tra Polemos ed Eirène, tra la Guerra e la Pace, gli uomini, che non siano solo catena desossiribonucleica, ma summa di valore e valori, abbiano sempre nel Dialogo e nella Pace, gli interlocutori più affidabili e universali: ‘o mýthos deloî.
