gli scenari
“La più grande trappola al miele del mondo”? Epstein, Russia e l’ombra dei servizi: quello che sappiamo davvero
Fonti d’intelligence evocano un progetto di ricatto su scala globale che coinvolgerebbe Mosca e figure chiave dell’élite occidentale. Tra milioni di pagine di nuovi file e vecchie piste (Maxwell, KGB, Mossad), i fatti certi si mescolano a ipotesi
Una mail, asciutta e quasi burocratica, scritta nell’estate del 2018: «Suggerisca a Putin che Lavrov può ottenere “insight” parlando con me». A firmarla è Jeffrey Epstein. Il destinatario è Thorbjorn Jagland, ex primo ministro norvegese, uomo di mondo. Sullo sfondo, il vertice di Helsinki tra Donald Trump e Vladimir Putin. È uno dei passaggi più rivelatori emersi nell’ultima ondata dei cosiddetti «Epstein files»: documenti, mail, allegati — oltre 3 milioni di pagine, con 2.000 video e 180.000 immagini — pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense tra fine gennaio 2026 e inizio febbraio. Un mare di carte che ha riacceso una domanda bruciante: Epstein fu solo un predatore sessuale circondato da potenti compiacenti, o l’ingranaggio di una sofisticata operazione di intelligence e ricatto internazionale?
Una pista russa che riemerge
Secondo fonti di intelligence citate dalla stampa britannica, Epstein avrebbe orchestrato per conto del KGB la «più grande trappola al miele del mondo», sfruttando donne giovani per compromettere politici, uomini d’affari e accademici. Nella massa dei file, si contano — sempre secondo questa ricostruzione — oltre 9.629 riferimenti a «Mosca» e 1.056 a Putin; e persino incontri del finanziere con il leader del Cremlino, anche dopo la sua prima condanna del 2008. Va detto con chiarezza: queste affermazioni provengono da fonti anonime e non sono state corroborate da prove definitive rese pubbliche; tuttavia, la loro eco mediatica ha imposto un supplemento d’indagine.
Il contesto istituzionale: cosa dice Washington
Mentre il dibattito monta, il Dipartimento di Giustizia ha ribadito che la revisione federale del caso Epstein–Ghislaine Maxwell «è conclusa» e che, al momento, dalle carte non emergono basi per nuove incriminazioni. L’obbligo di trasparenza imposto dall’Epstein Files Transparency Act — legge approvata con larghissimo consenso nel novembre 2025 — ha prodotto un rilascio massiccio, ma gli stessi vertici del DoJ invitano alla cautela: i file contengono materiale «orribile» e spesso «sensazionalistico», non sempre verificabile o penalmente rilevante. Alcuni esponenti del Congresso sostengono comunque che la disclosure resti incompleta e chiedono ulteriori pubblicazioni.
Il filo di Maxwell: affari, intelligence, riciclaggio
Poche relazioni raccontano l’ambiguità del «mondo Epstein» come quella con Robert Maxwell, il magnate dei media morto in circostanze mai del tutto chiarite nel 1991 e padre di Ghislaine Maxwell. Su Robert Maxwell si sono stratificate, nel tempo, accuse e testimonianze — non sempre concordi — di contiguità con più servizi: Mossad, MI6, KGB. Tra i capitoli più controversi, il presunto ruolo nella diffusione del software PROMIS alterato per finalità di spionaggio e i contatti con operazioni coperte legate a Israele (il caso Vanunu). Si tratta, per larga parte, di ricostruzioni appoggiate a fonti ex–operative e a inchieste giornalistiche che ammettono zone d’ombra; rimane però storicamente accertato il coinvolgimento di Maxwell in gigantesche malversazioni, come il buco di oltre 400 milioni di sterline nei fondi pensione del suo gruppo.
È in questo milieu che si salda il legame tra Epstein e Ghislaine Maxwell, condannata a 20 anni negli USA per traffico e sfruttamento sessuale di minori. Una parte della stampa suggerisce che Epstein possa aver maneggiato capitali riconducibili alle fortune opache di Maxwell senior, ipotesi che resta però priva di un tracciamento forense pienamente pubblico.
Sul fronte opposto, è bene ricordare che figure di primo piano israeliane, come l’ex premier Naftali Bennett, hanno respinto con forza l’idea di Epstein «agente Mossad». Un contrappunto utile per pesare la qualità delle fonti e l’alto tasso di disinformazione che da sempre circonda la vicenda.
Dalle mail ai contatti con Mosca: che cosa dicono davvero i documenti
La già citata corrispondenza del giugno 2018 tra Epstein e Jagland mostra il finanziere che offre «letture» su Trump ai russi, con il suggerimento di un’interlocuzione via Sergey Lavrov e il richiamo a passate conversazioni con l’ambasciatore Vitaly Churkin (scomparso nel 2017). Non risulta la prova che questo canale sia stato attivato, ma il tenore delle mail è chiaro: Epstein coltivava l’idea di presentarsi come “interprete” informale del presidente USA a beneficio del Cremlino, alla vigilia di Helsinki.
Diversi scambi riguardano figure russe o russofone gravitanti nell’orbita Epstein: dalle giovani donne che compaiono in inviti e presentazioni — in un caso, un’email su una “26enne russa” proposta all’allora principe Andrea — fino a nomi legati alla Silicon Valley, come Masha Drokova, attivista pro–Kremlino divenuta venture capitalist. Qui il confine tra networking aggressivo e infiltrazione resta, allo stato, un’ipotesi sostenuta da fonti d’intelligence ma non provata in modo definitivo.
Un capitolo a parte riguarda i contatti con apparati e funzionari russi. Un’inchiesta del Dossier Center (ONG investigativa con base a Londra) ha raccontato i legami tra Epstein e Sergei Belyakov, ex viceministro e poi figura centrale nello SPIEF (il Forum economico di San Pietroburgo), incluse richieste di “consigli” per aggirare le sanzioni e per reclutare ospiti di peso al forum. Anche questo filone, pur documentato con mail, non attesta un ruolo operativo di spionaggio in capo a Epstein, ma illumina il suo tentativo di capitalizzare relazioni politiche ed economiche con la Russia.
“Incontri con Putin” e numeri sui file: tra titoli e verifiche
Le testate che hanno rilanciato le tesi della «super–honeytrap» riferiscono che i file conterrebbero oltre 1.000 menzioni di Putin e quasi 10.000 riferimenti a «Mosca», additando — sempre tramite fonti di sicurezza anonime — presunti incontri di Epstein con il leader del Cremlino anche dopo 2008. Tali conteggi sono stati diffusi dalla stampa popolare britannica e ripresi da altre testate; non disponiamo, però, di un dataset ufficiale governativo che li confermi integralmente. Il quadro, al netto del clamore, resta: i documenti mostrano un’ossessiva proiezione internazionale di Epstein, con Russia e mondo post–sovietico sullo sfondo; la prova piena di incontri seriali con Putin rimane tuttavia non pubblica.
A sostegno della narrativa sugli «agganci al Cremlino» viene citato anche Michael Wolff, giornalista che ha dichiarato di aver registrato oltre 100 ore di colloqui con Epstein negli anni 2017–2019: in un podcast, Wolff ha riferito che Epstein gli avrebbe parlato di «vie segrete» usate per un viaggio a Mosca e di un presunto incontro con Putin, ammettendo però che «la giuria è ancora fuori» su quanto di ciò sia verificabile.
Il nodo legale: tra “intelligence” e responsabilità penali
Una frase è diventata proverbiale nel dibattito: l’allora procuratore federale Alexander Acosta avrebbe confidato, durante il suo vetting per il gabinetto Trump, che Epstein «apparteneva all’intelligence» e che «doveva lasciarlo stare». L’Ufficio di Responsabilità Professionale del Dipartimento di Giustizia ha in seguito giudicato «di cattivo giudizio» l’accordo del 2008 con Epstein, ma ha anche affermato di non aver trovato evidenze che il finanziere fosse un asset dei servizi. Due verità convivono: sospetti e segnali gravi, da un lato; l’assenza, finora, di una certificazione istituzionale, dall’altro.
Quanto ai nuovi file, il vice procuratore generale Todd Blanche ha concluso il 1 febbraio 2026 che, pur contenendo elementi «preoccupanti», non offrono allo stato una base per «nuove incriminazioni» federali; il DoJ resta formalmente aperto a valutare materiale «nuovo e azionabile» che potesse emergere dal vaglio pubblico dei documenti. Un messaggio che difende il metodo e ammette, al tempo stesso, l’imperfezione di una disclosure che ha esposto (talvolta per errore) anche vittime e terzi non imputati.
Londra, Andrew e la “26enne russa”: la normalizzazione del mostro
Tra le rivelazioni più tangibili c’è l’intralcio britannico: le carte mostrano l’insistenza con cui Epstein cercò di rientrare nei salotti londinesi dopo la condanna del 2008, fino all’ormai celebre «dinner» newyorkese del dicembre 2010 con il Duca di York. Emergono inoltre email in cui Epstein si propone di presentare a Andrew una «bellissima e fidata russa di 26 anni». Sono tasselli che illuminano la rete sociale di Epstein — e l’inerzia morale di alcuni ambienti — più che un disegno d’intelligence provato. Ma la linea di faglia è evidente: una rete di potere che ha normalizzato per anni l’innominabile.
Che cos’è una “trappola al miele” e perché se ne parla
Nell’alfabeto dei servizi, una trappola al miele è l’uso di relazioni sentimentali o sessuali per ottenere kompromat, materiale compromettente utile a ricatto e pressione. Si tratta di una tecnica classica del KGB e, più in generale, dei servizi. Nel «sistema Epstein» non mancano i presupposti tecnico–organizzativi: ville isolate, telecamere, aerei, liste ospiti che intrecciano accademia, finanza, politica e royals. Se questo sia stato architettato e gestito «per conto» di uno Stato — Russia in primis — rimane questione aperta che necessita di riscontri più robusti delle sole testimonianze di fonte anonima.
