lo scandalo
Epstein Files, chi sono i due cognomi "italiani" rivelati nei nuovi documenti
Uno è un ex poliziotto di New York, l'altro è un ex europarlamentare
Per anni quei nomi sono rimasti celati dietro strisce nere, schermati dalla burocrazia del Dipartimento di Giustizia statunitense senza un’apparente motivazione giuridica. Ieri, nel cuore del Congresso degli Stati Uniti, questa cortina si è incrinata.
Tra i sei “uomini potenti” svelati dal deputato democratico Ro Khanna figurano due italiani, Salvatore Nuara e Nicola Caputo.
La domanda che oggi agita l’opinione pubblica non è soltanto che cosa avrebbero fatto questi uomini, ma perché il governo americano abbia cercato di occultarne le identità fino all’ultimo.
Salvatore Nuara non è un volto noto sulla scena internazionale, ma i documenti traccerebbero un profilo inquietante del suo presunto ruolo. Indicato come ex detective del Dipartimento di Polizia di New York (NYPD), compare nel famigerato “Little Black Book”, l’agenda dei contatti di Jeffrey Epstein. Secondo quanto trapelato dai file, Nuara sarebbe stato un riferimento di Epstein all’interno delle forze dell’ordine. Pur non risultando accuse penali formalizzate a suo carico in relazione specifica ai crimini del finanziere, il suo passato non è esente da ombre: risulta essere stato in precedenza indagato nell’ambito di un servizio di escort, in un filone separato dal caso Epstein. La sua presenza nei documenti alimenta un interrogativo di rilievo: Epstein aveva “amici” nell’NYPD disposti a voltarsi dall’altra parte?
Il secondo nome, quello di Nicola Caputo, sposta lo sguardo dalle strade di Manhattan alle istituzioni sovranazionali. Le fonti lo indicano come “ex membro del Parlamento europeo”. La sua inclusione tra i nominativi oscurati è politicamente delicata: a differenza di figure marginali, un ex eurodeputato rappresenta un livello di connessione istituzionale transatlantica. Al momento i documenti non precisano la natura del rapporto tra Caputo ed Epstein, ma il fatto che il suo nome fosse tra quelli “protetti” dal DOJ solleva interrogativi sull’ampiezza delle relazioni coltivate dal finanziere. Caputo fu eletto nel 2014 nelle fila del Partito Democratico, poi passò a Italia Viva e, pochi mesi fa, ha aderito a Forza Italia; è stato inoltre assessore regionale in Campania.
Ancora più significativo è il modo in cui questi nomi sono emersi. I deputati Ro Khanna (democratico, California) e Thomas Massie (repubblicano, Kentucky) hanno dovuto recarsi di persona al Dipartimento di Giustizia per consultare i file non censurati, scoprendo che il 70-80% della documentazione resta tuttora oscurato. Khanna è stato netto: tali nominativi erano stati nascosti “senza alcuna ragione apparente”. Non si trattava di tutelare vittime minorenni, ma di schermare “uomini ricchi e potenti”. Dopo le rimostranze dei parlamentari, il DOJ ha ammesso l’errore e ha consentito la divulgazione dei nomi.
C’è di più. Secondo Khanna, quanto reso pubblico sarebbe già stato filtrato: l’FBI sotto l’amministrazione Trump avrebbe “ripulito” (scrubbed) i file a marzo, ben prima della loro consegna al Dipartimento di Giustizia. “Se abbiamo trovato sei uomini che stavano nascondendo in due ore,” ha tuonato in aula, “immaginate quanti uomini stanno coprendo in quei 3 milioni di file”.
Nuara e Caputo compaiono accanto ad altri profili di primo piano. Tra i nomi rivelati figurano il miliardario Leslie Wexner (patron di Victoria’s Secret e descritto in un documento dell’FBI del 2019 come probabile co-cospiratore), l’imprenditore emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem (CEO di Dubai Ports World) e altre figure internazionali come Zurab Mikeladze e Leonic Leonov. Questo mosaico — un ex detective dell’NYPD, un politico europeo, un magnate della logistica di Dubai — conferma la dimensione ramificata della rete di Epstein: non un circuito chiuso di miliardari americani, ma un sistema globale.
Mentre Washington si interroga su chi altro si celi dietro le porzioni ancora coperte, per l’Italia si apre un fronte di verifica: quale sia stato, se c’è stato, il ruolo di Salvatore Nuara e Nicola Caputo in questa vicenda. E soprattutto: perché l’FBI avrebbe ritenuto necessario proteggerne l’identità fino all’intervento del Congresso? La ricerca di risposte è appena iniziata.
