lo scenario
L'Iran e la "corsa" a tre per succedere a Khamenei: chi sono e perché per l'Occidente non sarà una transizione morbida
Si va dal "preferito" dai Pasdaran, all'accademico religioso fino all'ultraconservatore: difficile che la nuova Guida Suprema sia più morbida con Usa e Israele rispetto al predecessore
La Repubblica Islamica dell’Iran si trova a compiere l’atto politico più delicato dalla morte di Ruhollah Khomeini nel 1989: scegliere la nuova Guida Suprema in meno di 48 ore. La scomparsa dell’ayatollah Ali Khamenei, 86 anni, deceduto il 28 febbraio 2026 durante un massiccio attacco congiunto attribuito a Stati Uniti e Israele, ha scosso le fondamenta del Paese. Mentre scorrono i sette giorni di lutto nazionale e i quaranta di commemorazione religiosa, Teheran corre contro il tempo — e contro i missili — con un obiettivo preciso: designare rapidamente un successore per attestare continuità istituzionale e ristabilire la catena di comando nel pieno di una devastante offensiva militare.
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Nell’immediato, il potere è affidato a un Consiglio di transizione previsto dall’Articolo 111 della Costituzione, composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e dall’ayatollah Alireza Arafi. La scelta della nuova Guida spetta però all’Assemblea degli Esperti, organo costituzionale di chierici che oggi opera letteralmente sotto il fuoco incrociato. Per la prima volta nella storia della teocrazia iraniana, la successione è nel mirino diretto di potenze straniere. Fonti israeliane hanno confermato attacchi su Qom, la città santa dei seminari, e su Teheran, con l’obiettivo dichiarato di colpire i luoghi di riunione dell’Assemblea e sabotare il fragile meccanismo della nomina. L’inasprimento delle misure di sicurezza ha imposto sessioni dislocate e segrete, allungando i tempi tecnici di un iter che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi auspicava di chiudere in “uno o due giorni”. Ad accendere ulteriormente la tensione sono arrivate le parole di Donald Trump, che dall’estero rivendica di “avere voce” nel processo di successione e promette una “resa incondizionata” a Teheran: dichiarazioni lette dalla leadership iraniana come una grave ingerenza e un atto di “guerra psicologica”.
Nel cono d’ombra di un sistema dove i Pasdaran e le grandi fondazioni religiose muovono fili decisivi dietro le quinte, emergono tre profili principali, pur in assenza di indicazioni ufficiali: Mojtaba Khamenei, 56 anni, secondogenito della Guida scomparsa e figura legata ai Pasdaran. Incarna l’opzione della “continuità dura”: la sua eventuale investitura sancirebbe, di fatto, una “dinastia rivoluzionaria”, in contraddizione con il principio non ereditario della Repubblica. Considerato il favorito, non raccoglie tuttavia un consenso unanime nell’establishment clericale; Ayatollah Alireza Arafi, accademico di Qom e già membro del Consiglio ad interim. È percepito come il candidato della “transizione ordinata”: un architetto istituzionale capace di mediare tra le scuole teologiche e garantire un passaggio di fase senza strappi; Mohammad-Mehdi Mirbagheri, teologo ultraconservatore. La sua ascesa imprimerebbe un deciso “rilancio ideologico” alla missione islamica dello Stato, con una postura regionale ancor più rigida nel confronto con l’asse USA-Israele.
Chiunque emerga dal conclave segreto degli ayatollah non erediterà soltanto l’autorità spirituale e politica suprema. Dovrà affrontare subito tre dossier colossali: ricomporre le profonde fratture di una società segnata da proteste e da una crisi economica lacerante; preservare la coesione di un potente apparato di sicurezza; gestire il delicatissimo programma nucleare sotto costante pressione e scrutinio internazionale. Sotto le bombe e le minacce, il futuro del Medio Oriente si sta decidendo adesso, nel buio dei bunker e nel silenzio teso dei seminari.
