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L'uso della basi militari, il ruolo dell'Italia nel conflitto e lo shock energetico: cosa ha detto Giorgia Meloni in Senato

La presidente del consiglio ha illustrato a Palazzo Madama la situazione: su Sigonella, nel caso, decide il Parlamento

11 Marzo 2026, 14:06

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L'uso della basi militari, il ruolo dell'Italia nel conflitto e lo shock energetico: cosa ha detto Giorgia Meloni in Senato

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In una fase segnata da una profonda crisi del diritto internazionale e dal tramonto di un ordine mondiale condiviso, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha chiarito la posizione dell’Italia in merito all’azione statunitense e israeliana contro il regime iraniano.

Due i capisaldi del suo intervento: l’esclusione di qualsiasi partecipazione italiana alle operazioni militari e la definizione, senza ambiguità, delle modalità di gestione delle basi USA presenti sul territorio nazionale.

Il nodo dell’impiego delle installazioni statunitensi in Italia è stato il cuore delle comunicazioni del Governo. Meloni ha rassicurato l’Aula precisando che, allo stato, non è pervenuta alcuna richiesta dall’amministrazione Trump per l’uso delle infrastrutture militari italiane.

La disciplina di tali presenze, ha ricordato, si fonda su accordi bilaterali siglati nel 1954 e via via aggiornati da esecutivi di ogni orientamento politico. Le intese in vigore autorizzano unicamente attività tecniche limitate alla logistica e a “operazioni non cinetiche”, vale a dire – come ha puntualizzato la premier – azioni che “non comportano dei bombardamenti”.

Uno scenario diverso si aprirebbe in caso di escalation, con una eventuale domanda di Washington per un utilizzo offensivo delle basi. Pur prevedendo i trattati che la competenza formale a concedere l’impiego per “altre attività” spetti al Governo, l’Esecutivo ha fissato un chiaro argine istituzionale e democratico: “La decisione, in quel caso, per noi spetterebbe al Parlamento”, ha dichiarato Meloni, rimettendo alle Camere la responsabilità su un possibile coinvolgimento più diretto del Paese.

Alla prudenza si affianca la consapevolezza di una minaccia alla sicurezza globale che non può essere sottovalutata. La presidente del Consiglio ha avvertito del rischio che il regime degli Ayatollah possa acquisire l’arma nucleare, un pericolo aggravato da una capacità missilistica iraniana che “potrebbe presto essere in grado di colpire direttamente l’Italia e l’Europa”.

Un simile esito minerebbe gli accordi di non proliferazione e innescherebbe una pericolosa corsa agli armamenti su scala mondiale. Pur riconoscendo che l’Italia, non avendo preso parte direttamente ai negoziati, non è in grado di confermare o smentire le valutazioni statunitensi sull’indisponibilità di Teheran a chiudere un’intesa, il Governo condivide la preoccupazione per l’equilibrio internazionale.

Al contempo, Roma sollecita che, nelle operazioni mirate a neutralizzare la capacità bellica iraniana, sia tutelata in ogni modo l’incolumità dei civili e dei minori, condannando con fermezza tragedie come la strage nella scuola di Minab.

Per affrontare uno dei passaggi più complessi della storia recente, Palazzo Chigi respinge la narrazione di un’Italia isolata o complice e richiama alla coesione nazionale. Meloni ha invitato a superare la polarizzazione politica, aprendo alla costituzione di un tavolo di confronto a Palazzo Chigi con le forze di opposizione. Un’unità d’intenti appare decisiva anche per contenere le gravi ricadute economiche del conflitto.

Per attenuare i rincari energetici, il Governo ha chiesto all’Unione europea la sospensione urgente dell’ETS applicato alla produzione elettrica da fonti termiche, almeno fino alla stabilizzazione dei prezzi. Sul fronte dei carburanti, l’Esecutivo monitora l’andamento dei listini ed è pronto ad attivare il meccanismo delle “accise mobili”, utilizzando le maggiori entrate IVA per ridurre le imposte sui consumi. Infine, il messaggio agli speculatori è netto: l’Amministrazione interverrà per impedire che la crisi sia strumentalizzata a fini di illecito arricchimento, arrivando, se necessario, a colpire i responsabili con una tassazione più severa dei profitti derivanti dalla speculazione.